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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 30 agosto 2024

“Lotto per il mio diritto di morire con dignità. Atto dovuto per tutti”. Martina Oppelli, 49 anni, affetta da sclerosi multipla, ha presentato un esposto per tortura contro l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (Asugi). Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni: “Le nega l’accesso alla morte volontaria e ignora la sentenza 135 della Corte Costituzionale”. “La tortura è un furto di umanità”, scrive l’Associazione Coscioni in un comunicato che annuncia: Martina Oppelli presenta in procura a Trieste un esposto per tortura e per rifiuto d’atti d’ufficio contro l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (Asugi). Martina Oppelli è un’architetta triestina, 49 anni. La sclerosi multipla progressiva si è presa quasi tutto di lei, tranne il pensiero e la parola. È “totalmente dipendente da macchinari, farmaci e assistenza continua per le sue funzioni vitali”, ma malgrado questo - dice l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Coscioni - l’Azienda sanitaria per la seconda volta le “nega l’accesso alla morte volontaria e ignora la recente sentenza 135 della Corte Costituzionale”, condannando Martina “a proseguire in una sofferenza senza fine”.

Architetta Oppelli, è arrabbiata per il “no” dell’Azienda sanitaria?

“No, perché la rabbia ti toglie energia e non ti porta niente. Come potrei arrabbiarmi per i medici che mi hanno curata? Semmai quello che faccio mi costa un dolore molto grande. Il percorso verso la volontà di morire non lo fai con leggerezza, la mia è una scelta ponderata e consapevole. E anche questo esposto: è un atto dovuto, non per me ma per chi verrà dopo”.

Lei si è detta “basita” perché secondo i medici dovrebbe prendere farmaci che potrebbero forse attenuare il dolore ma che la priverebbero di lucidità...

“Sono basita, sì, perché mi sembra un compromesso irragionevole. Il mio cervello è lucido e deve rimanere lucido, come la mia capacità di decidere e autodeterminarmi. Io riesco a calcolare le emissioni di CO2 che produrrei con un inutile viaggio per andare in Svizzera a morire, dove per altro mi avrebbero già dato il via libera. Io posso parlarle dell’integrazione del fotovoltaico in architettura e di quanto abbia o no un ruolo per il futuro sostenibile. Sono presente a me stessa e lucida, appunto. E tale intendo rimanere. E poi posso fare un ragionamento?”.

Prego...

“Hai un handicap? Prima fanno di tutto per assicurarti una vita quanto più possibile autonoma, poi, quando non ce la fai più, ti danno dei farmaci per rintronarti. È un controsenso”.

Da quanto tempo convive con la malattia?

“Si è presentata a metà degli anni Novanta. Ricordo bene i primi episodi di disturbi agli occhi già nel ‘96, a Venezia, dove ho vissuto. Ma allora non potevo immaginare... Nel 1999 le cose peggiorarono. Ero a Parigi per uno dei miei viaggi studio. Era un’estate molto calda e stavo salendo sulla Tour Eiffel. A un certo punto, verso metà percorso crolla il ginocchio sinistro. Ho pensato: ma come? Ho fatto 14 anni di danza e adesso crollo su un gradino! Ho fatto finta di niente. Andavo a sciare con gli amici e a metà pomeriggio non controllavo più le gambe. Mi prendevano in giro, mi vergognavo. Ero profondamente triste e Venezia, la mia città del cuore, era diventata un problema”.

In che senso?

“I ponti, le scale... facevo una fatica grandissima. Il suono dei miei passi non era più un ticchettio ritmato ma un tonfo pesante, come ascoltare una marcia funebre”.

In che anno la diagnosi?

“Nel 2002. Il neurologo, che mi segue ancora oggi, disse: “cammini dritto”, e io zigzagavo; “cammini sulle punte”, e io cadevo, mi scusavo. Alla fine della visita mi disse che o era un tumore al cervello o una malattia infiammatoria. E da lì cominciai con ricoveri, esami. Alcuni furono così invasivi che non li dimenticherò mai: una volta tornai a casa con la sensazione di aver subito uno stupro. Scoprii che la violazione del corpo non avviene solo per via sessuale. Nel 2006 la prima stampella, nel 2008 la seconda, nel 2009 la sedia a rotelle...”.

La sua, oggi, è una battaglia politica?

“No, perché la vita non è di destra o di sinistra. La vita è colorata, è dignità. E io voglio poter decidere della mia esistenza”.

Diceva che ha fatto danza per 14 anni...

“Sì, ho cominciato a 5 anni. Da piccola dicevo a me stessa che da grande avrei avuto tre opzioni possibili: fare Dio, che è un genio, un figo. Oppure la ballerina classica o la pubblicità per la biancheria intima. Poi ho scoperto che Dio non andrà mai in pensione e le altre opzioni sono sfumate da sole, così ho ripiegato sull’architettura. Laureata con lode, perché io non contemplo niente che sia inferiore al massimo”.