di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 30 aprile 2024
Viaggio nel penitenziario toscano dove l’80 per cento dei detenuti è occupato e retribuito. “Abbiamo all’interno veri e propri stabilimenti industriali: così garantiamo dignità e armonia”. La possibilità di guadagnare denaro per le famiglie e cli imparare un mestiere per il futuro. Non succede praticamente da nessuna parte. Per questo fa notizia il carcere di Massa, dove sono circa 180 (su 220 presenti) i detenuti impegnati quotidianamente con un lavoro. La media dei reclusi che hanno una occupazione, in Italia, è di circa il 29 per cento.
Al carcere di Massa, la media sale fino ano per cento. Tutto questo è possibile grazie alla sartoria industriale e al lanificio che fabbricano lenzuola, federe, coperte, copriletti per tutti gli altri penitenziari italiani, biancheria da letto che finisce nelle celle di altri detenuti oppure nelle stanze degli agenti. Stiamo parlando di uno spazio industriale piuttosto unico nel panorama carcerario italiano, dove le persone in detenzione lavorano metà giornata con salari che si aggirano dai 540 ai 570 euro netti mensili.
I reclusi che si approcciano per la prima volta alla professione vengono formati con un apprendistato iniziale retribuito. Tutti loro sono pagati dal Ministero della Giustizia tramite commesse di lavoro. E poi ci sono i detenuti che svolgono attività connesse alla cura dei luoghi, ad esempio pulizie, alla cucina e alla manutenzione del fabbricato, oltre a quelli che lavorano all’esterno. Un ottimo esempio di applicazione dell’articolo 27 della Costituzione, in tema di “giustizia riparativa”.
“Nella nostra Casa di reclusione - conferma la direttrice Antonella Venturi - ci sono dei veri e propri stabilimenti industriali grazie ai quali è possibile dare lavoro a molti detenuti. Questo consente di riempire di senso il tempo della pena, spesso altrimenti vuoto. I detenuti imparano un mestiere ma, soprattutto, si riappropriano della loro dignità: lavorare consente loro di guadagnare soldi da mandare alle famiglie o anche semplicemente di avere quanto serve per la vita all’interno dell’istituto.
L’attività lavorativa, poi, aiuta a mantenere le giornate impegnate e questo contribuisce ad allentare le tensioni, con benefici non solo per i detenuti stessi ma anche per gli operatori penitenziari che, ogni giorno, mettono la loro professionalità al servizio dello Stato”. Un carcere certamente atipico, all’interno del quale ci sono telai e filati, orditoi e tessuti rifiniti, macchine ad aria, macchine a pinza. Strumenti ed attrezzature che non ricordano l’ambiente di reclusione, ma dove le persone possono vivere una realtà lavorativa a 360 gradi. A coordinare il gruppo c’è un tecnico civile, detto capo d’arte, che dirige il lavoro dei vari addetti.
Due sono i turni lavorativi: quello mattutino e quello pomeridiano. E proprio negli ultimi mesi, i detenuti della sartoria hanno confezionato una casula, veste liturgica che partirà per il Vaticano e che dovrà essere consegnata a papa Francesco. “Lavorare - commenta uno dei detenuti - mi permette di vivere l’esperienza in carcere con più serenità. Ritengo che se non ci fosse questo lavoro, sarebbe come scontare una pena doppia”.
Un altro aggiunge: “II lavoro in sartoria per me è un’ottima opportunità di reinserimento, in quanto le abilità che si acquisiscono possono essere spendibili anche all’esterno, una volta terminata la pena. Mi sento inoltre valorizzato, perché si tratta di un lavoro di responsabilità ed è gratificante svolgerlo, soprattutto se si ottengono risultati”.










