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di Giancarlo Visitilli

Corriere del Mezzogiorno, 12 dicembre 2025

“Quando ha detto: bisognerebbe gettare la chiave e lasciarli marcire, mi sono sentito una cacca. Mi sono sentito io marcire dentro, soprattutto perché l’ha pensato un mio professore”. Sono le parole di Massimo, studente di un istituto tecnico commerciale di Bari, che mi racconta la sua storia, “puoi parlarne e cercare di fare capire che i detenuti, in quel posto, che non è manco come l’Inferno di Dante, si lasciano morire, peggiorano, si abbruttiscono di più”. Massimo frequenta il quarto anno, vuole studiare economia, “per imparare a capirli e a restarmene lontano dai soldi”. Suo padre, sconta vent’anni, per aver ucciso durante una rapina.

“Non mi ha mai fatto mancare nulla, dalle scarpe firmate alle tute da migliaia di euro. Cellulari di grido, sigarette, e poi le prime canne, fumo buono, comprato nei posti dove va solo gente che se lo può permettere, non come quello che comprano gli amici, fatto con le pomate di scarpe. Ma ho mandato a c... tutta la mia non vita di prima, da due anni. Mi è bastato vedere la fine di un altro mio amico, anche lui in carcere. Ha tentato due volte il suicidio e non ci riesce ancora”. Massimo è un fiume in piena, meriterebbe un posto in cattedra, per dialogare coi suoi coetanei. Nel corso della sua preadolescenza e fino a due anni fa, “la mia vita era piena di cose.

Anzi, più cose mi davano o mi permettevo, e più mi accorgevo che non mi servivano veramente, non mi riempivano. Mi sentivo svuotato, non saprei dirti di cosa, ma ho avvertito che la mia vita si stava perdendo, con papà in galera, mia sorella che a tredici anni si è rifatta già tutto quello che si poteva rifare e mi sono accorto che mi mancava una cosa fondamentale: la vita. Io non vivevo, facevo finta e volevo dimostrare agli amici, anche ai professori, che mi potevo permettere tutto. Sai che è successo a un certo punto? Senza accorgermi o senza mai pensarci, mi sono innamorato. E lì è stato un casino”. Massimo dice di un amore, di cui non vuole accennare nulla.

Lo fa solo dopo la mia insistenza. “Non l’avrei mai detto che, con tutte le ragazze che mi potevo permettere, ne ho avuto pure di belle e importanti della mia città, ma non ero felice, lì ho capito che non era quello che io volevo. Allora, un giorno, mi sono fatto coraggio, dopo due anni, che sono stato male, mi sballavo anche con le sostanze chimiche, ma non sono mai arrivato alla cocaina, come i miei amici, e mi son fatto coraggio, e ho cominciato a dire di me in casa. Un casino: per mia madre ero un disonore, a mia sorella le ero indifferente”.

Poi, va a un colloquio con il padre, in carcere, “e dopo che sono stato un casino di tempo, senza dirgli nulla, ma solo con gli occhi pieni di lacrime, gli ho detto che dovevo dirgli una cosa di me. Lui mi ha detto che avrei potuto dirgli tutto e che per qualsiasi cosa lui ci sarebbe stato, tranne alla morte non c’è rimedio. E gliel’ho detto, mi sono liberato”. Ha reagito con un abbraccio strettissimo, “che è durato almeno mezz’ora, senza dirmi niente. Mi ha detto che nessuno mi deve dare il permesso per chi devo amare. E che devo insegnare a quelli che stanno fuori e liberi, che le chiavi sono fatte apposta per aprire quei segreti che anche io mi ero tenuto nella mia cella”.