di Viviana Braia
suditaliavideo.it, 26 aprile 2026
Come un libro, che segna la fine di un progetto, può iniziare a segnare la coscienza collettiva. Lo scorso 22 aprile, a Matera, presso la sala convegni della Caritas diocesana Matera-Irsina, è stato presentato il libro “Coltivare umanità. Manuale involontario di botanica umana”, di Ilaria De Vanna. L’autrice, già mediatrice e formatrice esperta di Giustizia Riparativa, nonché vice presidente della Cooperativa C.R.I.S.I., ha raccolto in parole i fiori sbocciati nell’ambito di un progetto per il recupero e il reinserimento dei detenuti presso la Casa Circondariale di Matera.
Il progetto, finanziato dal PRAP di Puglia e Basilicata, è germogliato dal seme delle c.d. pratiche riparative di comunità. Si tratta di percorsi di incontro e dialogo fra gruppi eterogenei di persone ‒ ha spiegato De Vanna nel suo libro. Per mesi, infatti, una serie di professionisti, quali educatori e mediatori di Giustizia Riparativa, unitamente ad alcuni volontari, ha incontrato un gruppo di detenuti nella sala adibita a biblioteca della Casa Circondariale di Matera, con l’obiettivo di provare a coltivare una botanica delle relazioni.
L’ascolto, l’attenzione e la protezione reciproca si sono resi necessari per concimare e preparare il terreno relazionale. Piantato, poi, il seme di una fiducia ricambiata, raccontarsi è venuto da sé. Storie dense di dolore, storie che hanno preso tanta pioggia e poco sole, sono esplose, come i fiori spontanei nella campagna primaverile, dentro al vaso contenitore del carcere. Eppure, queste storie, così plumbee e sciupate, hanno cominciato a colorarsi di speranza, carezzate - come sono state ‒ dal balsamo curativo di chi, lì presente, ha saputo ascoltarle e custodirle, avendo cura di non rimaneggiarle.
Questo unguento potente, che è proprio la cura, si svela nella bellezza di far sentire desiderato l’altro nella relazione; di farlo sentire compreso, accolto, Amato ‒ ha evidenziato la dott.ssa Tiziana Silletti, Autorità Garante dei detenuti e delle vittime di reato per la regione Basilicata. Soprattutto, di non farlo sentire giudicato, oltre il giudizio in sede processuale ‒ ha sottolineato, ancora, De Vanna. E gli altri operatori, dagli educatori ai volontari partecipanti al progetto, hanno colto l’occasione per riflettere su quanto il pregiudizio comunitario costituisca un deterrente all’effettiva reintegrazione sociale dei detenuti.
Nolite iudicare, dopotutto, è la sentenza del Vangelo. Eppure la società è solita marchiare a vita i detenuti come delinquenti, con la conseguenza che, scontata la pena, il loro effettivo reinserimento sociale, specie attraverso la ricerca di un’attività lavorativa, diventa un’impresa quasi chimerica. Da qui la necessità di sensibilizzare sempre di più la comunità verso la realtà delle carceri, cessando di trattarle alla stregua di tappeti sotto i quali nascondere la polvere che ci si rifiuta di guardare. È ciò che da tre anni si propone di fare, ad esempio, DISMA. Si tratta di un’associazione di volontari, nata proprio a Matera, per incontrare i detenuti e rammentare continuamente alla comunità tutta, mediante il nome parlante che tale associazione si è data, che il primo uomo cui Gesù, in croce, promise la Salvezza non era che un ladro, un delinquente agli occhi del popolo.
D’altro canto, non è forse vero che, paradossalmente, le mura del carcere sono liberatorie? È quanto hanno riferito Silvia e Alessandro, volontari del progetto, raccontando l’esperienza del carcere attraverso il loro sguardo esterno, di cittadini comuni. L’incontro con la realtà carceraria ha rappresentato, per loro, uno scambio onestissimo di umanità, che li ha liberati dalla prigione del pregiudizio e dalla sua strumentalizzazione e che, al contempo, ha restituito fiducia agli stessi detenuti. Una fiducia dei reclusi non solo verso una comunità che essi hanno riscoperto accogliente ‒ ha aggiunto De Vanna ‒ ma anche rispetto a sé stessi, giacché la fiducia in sé stessi è un atto di cura verso di sé, che necessita sempre di un incoraggiamento o di un riconoscimento valoriale dall’esterno. Dare fiducia a qualcuno, difatti, equivale a dire: ti vedo, ti ascolto, riconosco il tuo valore di essere umano, che non è diverso da quello di ogni altro essere umano, nonostante gli sbagli, più o meno gravi, in cui si può inciampare, in cui sei caduto nella vita!
La Casa Circondariale di Matera, grazie al suo direttore, il dott. Domenico Sabella, sempre bendisposto e propositivo rispetto a qualsivoglia attività di apertura e dialogo fra il mondo carcerario e quello esterno, ha mosso, senza dubbio, a confronto con altre realtà carcerarie regionali, notevoli passi in avanti; tanto da meritarsi l’appellativo di “carcere sperimentale”, ha dichiarato Silletti. Delle quattro realtà carcerarie presenti in Basilicata, infatti, non v’è attività innovativa di sensibilizzazione e garanzia per i detenuti che non passi, per prima, dalla Casa Circondariale di Matera. Sabella, orgogliosamente, ha evidenziato come il progetto realizzato dal C.R.I.S.I. a Matera, sia stato articolato in due parti: una parte introspettiva ed una più strettamente rieducativa.
La prima s’è individuata nel percorso interiore che ciascun ristretto, partecipante al progetto, ha fatto, dialogando con gli esterni aderenti al progetto medesimo: un percorso di rifioritura e di speranza rinnovata, per l’appunto. La seconda, caratterizzata da un tentativo di riqualificazione degli spazi verdi dell’istituto penitenziario, ha consentito ai detenuti di sentirsi concretamente utili, nella prospettiva di poterlo essere anche fuori dal carcere, quando, scontata la pena, saranno pronti ad un reinserimento sociale.
Chiaramente, quanto a impatto emotivo e trasformativo, ha prevalso la prima parte sulla seconda ‒ non ha mancato di concludere De Vanna. Inevitabilmente si è, così, manifestato il desiderio condiviso di lasciare una traccia sempreverde di questi incontri e dello scambio fiduciario, sentimentale, educativo, speranzoso e raccontato che è avvenuto fra tutti i partecipanti. Niente di più potente della parola. Ebbene, dalla biblioteca di un carcere non sarebbe potuto non germogliare un libro corale.
“Coltivare umanità…” è un vivaio di racconti in cui ciascun partecipante al progetto impersona metaforicamente la pianta o il fiore da cui si sente più rappresentato, spiegandone il perché e narrando, oltre la parola visibile, una storia invisibile che finalmente si palesa a chi sa guardare veramente, a chi sa leggere oltre. L’autrice, che s’è fatta penna di una voce d’insieme, si è rammaricata del fatto che all’incontro di presentazione del libro, proprio le voci più importanti, quelle dei detenuti, protagoniste del suo libro, non abbiano potuto, per ovvie ragioni, partecipare.
Eppure, il miracolo del seme è che cade in qualsivoglia terreno e si moltiplica, proprio come la cura, la quale prende molteplici direzioni. Se è vero, dunque, che poche voci sono state fisicamente presenti all’incontro di presentazione del libro, è altrettanto vero che le orecchie in ascolto sono state molte di più… Incluse quelle di chi scrive questo articolo, con la speranza di contribuire, nel suo piccolo, a spandere il seme della coscienza e della conoscenza, affinché radichi sempre più forte, a livello di comunità, la necessità dell’incontro e prevalga sulla tentazione di continuare a girarsi dall’altra parte.











