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Corriere del Mezzogiorno, 17 marzo 2020


"Siamo rimaste sveglie tutta la notte per conoscere il contenuto del decreto e alla fine, la delusione". Maria, nome di fantasia per questioni di privacy, parla del "cura Italia": il Dpcm varato ieri.

È la moglie di un detenuto nel carcere di Matera. Una tra le persone che hanno protestato nei giorni scorsi in via Cererie, davanti ai cancelli della casa circondariale della città dei Sassi. Si aspettava "qualcosa di più dal ministro Bonafede" e invece "usciranno solo tremila persone, quelle che erano già in libertà vigilata. Ho paura che adesso succeda una rivolta".

Maria e le altre donne ricevono da mariti, figli, fratelli, lettere cariche di preoccupazione. L'incubo è che qualcuno possa essere contagiato dal Covid19. "Se il coronavirus arriva nel carcere - dice Maria - fa una strage. Allora sì che usciranno anche trentamila persone, ma in una cassa di legno. L'onorevole Rita Bernardini dei Radicali, con cui sono sempre in contatto, ci aveva spiegato che avremmo potuto avere i colloqui tramite Skype, ma niente.

Neppure questo. Il carcere di Matera non è attrezzato per consentire i collegamenti, così io non vedo mio marito dal 5 marzo. Da allora c'è stata solo una telefonata di neppure dieci minuti, tre giorni fa. Sono molto preoccupata. In cella ci sono quattro persone. Non riescono certo a mantenere la distanza di sicurezza di un metro".

La Protezione civile ha allestito intanto anche nell'istituto di Matera le tende per il pre-triage. I timori però non sono solo per il coronavirus. Ma pure per le conseguenze di eventuali reazioni violente come quelle viste in altre città. Si pensi a Modena, dove non sono mancati i morti.

"Mio marito mi scrive che potrebbe scoppiare una nuova protesta e che se lui non partecipasse rischierebbe di subire ritorsioni dagli altri detenuti. Come si può evitare tutto questo? Chi ci assicura che i nostri uomini stanno bene? Lui uscirà tra due anni e tre mesi. Io, intanto, sono malata. Ho un tumore. Vivo con la paura che non riusciremo più a vederci". Dall'altra parte c'è la Polizia penitenziaria a dover gestire il tutto. I sindacati di categoria da anni denunciano la carenza di personale in carceri sempre più sovraffollate.