di Karima Moual
La Repubblica, 28 aprile 2023
Solo corpi da possedere, controllare, vessare e gestire. Dal padre al marito fino alla morte, con il benestare e la protezione di una cultura comunitaria, da clan familiare dove non c’è posto per l’amore ma solo per l’obbedienza. Succede ancora una volta, e nel nostro paese, che una ragazza di origine indiana strappi il velo dell’ipocrisia e della violenza che vive e subisce in nome di regole patriarcali alle quali sembra essere difficile ribellarsi.
L’ultima della lista era Saman, ed è ancora fresco e doloroso l’epilogo della sua storia e la forza che la spinse a ribellarsi finendo per essere uccisa. Nel bolognese, c’è Yasmin (nome di fantasia) picchiata, minacciata di morte e ridotta praticamente in schiavitù non solo dai genitori ma anche dalla zia e dalla nonna. Donne che odiano le donne, che parlano il vocabolario del patriarcato e che rendono la via della libertà delle loro sorelle piú lunga e faticosa. Yasmine, che non è certo una bambina ma una ragazza di 19 anni, era invece trattata da minore, le era concesso soltanto di andare a scuola perché dopo il diploma, l’aspettava il matrimonio in India, con uno sconosciuto designato dalla famiglia. Ha detto più volte no, perché l’amore l’ha scelto qui in Italia con un altro connazionale, ma nella casa del patriarcato non ci sono donne che decidono.
La storia di Yasmin ci ribussa alla nostra porta per ricordarci che c’è una battaglia violenta e sanguinosa che si sta consumando tra le mura di casa in famiglie che provengono da paesi lontani di cui non capiamo le lingue, gli intrecci culturali e la complessità di usi e costumi che pensavamo di aver lasciato alle spalle ma che per mille motivi ci riguardano, per senso di civiltà ma anche per misurare lo stato di salute di un paese che costruisce pacifica convivenza e opportunità, e quindi non dobbiamo né possiamo trascurare.
La battaglia di ragazze forti, coraggiose, che fanno un passo verso emancipazione e libertà, ribellandosi ai loro padri padroni e alle loro famiglie misogine, deve diventare anche nostra. Sì, è sempre maledettamente la stessa storia. Giovani figlie e sorelle, trattate solo come corpi, carne da offrire, una promessa, un contratto, un futuro già prestabilito in continuità con usi e costumi che nonostante le migrazioni, anni di residenza e lavoro si fatica a debellare perché a mancare è la contaminazione e l’integrazione con “l’altro”. Yasmine come Saman e le altre che si ribellano, sono la rottura tra passato, presente e futuro. Sono lo scontro generazionale che brucia. Sono il simbolo della contaminazione e l’integrazione ai valori dell’uguaglianza, dei diritti e delle libertà.
Se prima queste ragazze rimanevano con la testa bassa per paura, rispetto e devozione adesso si intuisce che sta iniziando un’altra storia.
E allora si denuncia girando le spalle alla violenza anche se sacralizzata dalla parola “famiglia” e dalla certezza che la denuncia significherà recidere radici troppo profonde. Yasmin può piantare le sue radici altrove, perché nel momento in cui ha iniziato a raccontare alle professoresse il suo dolore e le sue ferite ha capito che può esserci un altro inizio per lei. La scuola che diventa una famiglia di amore e protezione.
Quella di Yasmin sarà anche una storia maledettamente uguale alle altre, di giovani che subiscono violenza e soprusi in nome di culture misogine, ma questa volta è anche una storia di ribellione a lieto fine che bisogna raccontare perché tante altre possano emergere, liberarsi. Dobbiamo gridare forte: non siete sole.










