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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 1 gennaio 2026

Il Presidente non bacchetta e non striglia: ma rappresenta un’idea di democrazia alternativa a quella che ci è propalata quotidianamente dalle classi dominanti. Nel 2015, quando il mondo, diciamo così, era ancora intero, Sergio Mattarella, al suo primo discorso da capo dello Stato, dedicò al Settantesimo anniversario della Repubblica più o meno tre righe alla fine. In questo suo undicesimo discorso, l’Ottantesimo anniversario è invece il cuore del messaggio. In mezzo c’è, appunto, il mondo che è andato a pezzi, questo nuovo evo, medievale e tecnologico che moltiplica le aggressioni fuori e dentro le democrazie. Da un lato le guerre, dall’altro un conflitto politico fondato sulla sopraffazione e sulla cultura dell’odio.

Ricordare in questo contesto la Repubblica - le sue radici e l’attualità dei suoi valori di fondo - significa coltivare gli anticorpi a questo andazzo dei tempi. E rinnovare cioè, non solo declamare, le ragioni democrazia nell’era della sua crisi e della politica nell’era nel suo rifiuto. È questo il senso dell’”album” di questi ottant’anni che Mattarella sfoglia con i cittadini dopo un anno terribile e trumpiano che, se possibile, il caos lo ha moltiplicato e l’odio ha istituzionalizzato.

È l’album di una democrazia che si compie anche col voto delle donne. È l’album di una conquista di diritti sociali e civili. È l’album di un’identità nazionale che si cementa anche con l’arte, con la ricchezza di pensiero e di cultura e - a qualcuno saranno fischiate le orecchie - col pluralismo dell’informazione.

È l’album di una politica capace nel dopoguerra, pur all’interno di un conflitto di visioni radicalmente alternative, di trovare nella Costituzione un terreno comune e di costruire un futuro di benessere. È l’album di un paese diventato grande sul terreno internazionale, di cui fa parte la scelta europea. È l’album di un paese diventato grande perseguendo, con le riforme e con i diritti, innanzitutto dei lavoratori, quel sistema inclusivo di welfare che della Repubblica è stato l’architrave sociale. È l’album di un paese che, proprio riconoscendosi in valori comuni, è stato in grado di sconfiggere il terrorismo, come ebbe a dire un altro gran presidente (Sandro Pertini) con la democrazia e senza leggi speciali.

Va bene, Mattarella non bacchetta, non striglia, non fa moniti rivolti a questo o quel partito. Però, diciamocelo, questo grande futuro che abbiamo alle spalle rappresenta un’idea di democrazia alternativa a quella che ci è propalata quotidianamente dalle classi dominanti. Lo è sull’odio, perché il conflitto con l’altro su grandi opzioni è il cuore della democrazia, l’odio, dell’altro e della democrazia, ne è la negazione. Lo è sul modo stesso con cui ci si rapporta al popolo, perché l’idea di emancipazione popolare è l’opposto della regressione proposta da chi parla alle curve, mentre le tribune si svuotano. Lo è sulla consapevolezza che un paese, patria, o nazione comunque la si voglia chiamare è un plebiscito che si rinnova tutti i giorni, non quello di una parte sull’altra. Lo è perché l’orgoglio nazionale che unisce, di cui è permeato tutto il discorso, è l’opposto del nazionalismo che divide.

Lo è sulla stessa cultura di governo e sulle riforme. Va molto di moda oggi declamare più che fare, come se fossimo in un anno zero della storia, ma nessuno, negli ultimi tempi, ha messo in campo progetti riformatori paragonabili al piano casa o allo statuto dei lavoratori o al servizio sanitario nazionale. Ecco, forse coltivare questa storia di successo è anche, per chi ha la responsabilità di guidare, un esercizio di misura rispetto a una farlocca grandeur propagandata e un principio di realtà sui problemi veri e sulle immani sfide che abbiamo di fronte.