di Andrea Malaguti
La Stampa, 15 settembre 2025
Dobbiamo vivere con l’imperfezione dell’epoca che ci viene regalata. È il tempo del ritorno degli Imperatori, della paura, dell’arretramento delle libertà e dell’odio a piede libero. Solo due esseri umani su dieci, in questa terra, hanno il privilegio di farsi guidare da governi pienamente democratici. Noi, per esempio. Un orizzonte di pace tutt’altro che acquisito e immutabile. Lo dicono le statistiche di V-dem. In questo mondo polveriera, l’Europa non è mai stata tanto debole quanto necessaria. Peccato che, al momento, si limiti ad emettere flebili e scomposti guaiti, come un cagnetto che sogna.
Stiamo scivolando su un piano inclinato e se dovessi scegliere le parole che mi hanno colpito di più in questa settimana di droni abbattuti in territorio polacco, di minacce finali e di proiettili omicidi griffati insensatamente “Bella Ciao”, sarebbero quelle pronunciate in Slovenia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Si rischia il baratro, come nel 1914”.
La Prima guerra mondiale. Un conflitto che in astratto non voleva nessuno, ma che chiunque era in grado di provocare. Davvero i droni su Varsavia, o qualunque altro imprevedibile incidente, ci possono portare alla Terza e atomica guerra mondiale? Allora, in teoria, fu lo sparo di Sarajevo ad accendere la miccia. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e della duchessa Sofia Chotek, sua moglie, da parte del nazionalista serbo Gavrilo Princip. Epilogo di un attentato da operetta, nella ridicola dinamica del quale, dopo essere scampato ad una prima bomba, l’arciduca decise di continuare la sua incongrua sfilata in mezzo alla folla e finì al cospetto del proprio giustiziere dopo che il suo autista sbagliò strada, definendo il suo appuntamento con il destino. E forse quello di tutti noi.
Trentasette giorni dopo, un’Europa in pace decise di farsi la guerra. Il risultato fu la fine di tre imperi e la morte di ventuno milioni di persone tra militari e civili. Senza contare i venti milioni di feriti. Gli Imperi centrali contro quelli Alleati, con l’Italia pronta a cambiare sponda nel 1915 dopo aver lasciato la Triplice Alleanza. Siamo fatti così. Ci sono 25mila libri che raccontano quella gigantesca tragedia collettiva, ma nessuno storico è in grado di spiegare davvero perché si arrivò al disastro. Le fonti francesi, tedesche, austriache, russe, inglesi o italiane, indicano ciascuna motivi diversi.
L’unica certezza è che la Seconda guerra mondiale fu una scelta consapevole. La prima fu il frutto di circostanze che nessuno seppe governare. Ecco perché - suggestivo e decontestualizzato - torna in mente Mao, che negli Anni Sessanta, forse citando Confucio, sentenziò: “Grande è la confusione sotto il cielo. Quindi, la situazione è eccellente”. In mezzo al caos tutto può succedere. E nessuno come gli Orchi, che si chiamino Putin o Netanyahu, apprezza l’odore del sangue.
Camminiamo sul filo e bisogna fare sempre molta attenzione quando parla il Colle. In queste ore di tensione crescente, solo un pazzo può non sentire il pericolo incombente. Difficile accusare il Quirinale di estremismo. E persino di fanatismo atlantista. È un uomo cauto, il Presidente. Equilibrato. Guidato dai principi costituzionali. Erede della tradizione di Dossetti e di Moro. La drammaticità del suo discorso, arrivato dopo quello analogo di Marsiglia, testimonia l’angoscia di un uomo che, non solo rappresenta l’unità nazionale ma è anche, non a caso, il Capo delle Forze Armate. Un messaggio forte, che abbraccia la crisi russo-ucraina, ma fa riferimento anche al massacro nella Striscia di Gaza e al linguaggio pieno di astio e di rancore che, dagli Stati Uniti al Parlamento della Repubblica, sembra l’unica declinazione possibile di un discorso pubblico sempre più indegno e umiliante. Scaraventare in faccia agli avversari politici i morti assassinati nello Utah, accusare un ministro di essere un influencer prezzolato da Gerusalemme o evocare le Br come se davvero nell’intero arco costituzionale qualcuno bramasse la lotta armata o la distruzione di chi ha visioni differenti, dà l’idea dell’imbarazzante povertà del confronto nostrano. A questo siamo ridotti. Incapaci di affrontare le curve della Storia, ci schiantiamo sullo sgradevole vociare da ubriachi di osteria.
Ma il messaggio di Mattarella, che utilizza toni rovesciati rispetto alla diffusa canea quotidiana, è a tratti sorprendente. Almeno nella parte in cui evoca la premier Giorgia Meloni, ribadendo la condivisione della linea euroatlantica. Nessun Paese esiste se non è in grado di difendersi. È la Ragion di Stato che, richiamando l’unità di Colle e Palazzo Chigi, si fa sentire, sovrastando la sgangheratezza di partiti allo sbando. Di una maggioranza, infiltrata da pulsioni filo-putiniane, incapace di presentare una mozione comune sulla politica estera e di un’opposizione arlecchino che ne presenta cinque. L’Europa e l’Italia hanno bisogno di una linea comune. Di fronte alla minaccia definitiva, ci si muove su strade unitarie mettendo da parte le piccinerie.
Se ha ragione il premio Nobel ucraino Oleksandra Maviichuk (intervistata dalla nostra Flavia Amabile) secondo cui “la guerra è già arrivata in Europa ma non ve ne siete accorti”, il tempo che ci rimane sta scadendo. Mentre, citando ancora una volta il meraviglioso Cristopher Clark, continuiamo a camminare come sonnambuli. Vladimir Putin, con le sue provocazioni sempre più frequenti, testa le nostre fragilità e la nostra capacità di reazione. Ha ragione il presidente polacco, Karol Tadeusz Nawrocki, quando, parlando dell’Unione, dice che siamo cinque dita della stessa mano. Ma non può essere l’impaurita e aggressiva linea di Varsavia a guidare la nostra strategia nei confronti di Mosca.
Invocando nervi saldi e approdi condivisi, bisognerebbe avere la forza di riflettere sul fatto che, una volta difesi i diritti degli ucraini, sarà necessario ragionare sul fatto che, mentre gli Stati Uniti, con le sgradevoli e untuose formule quotidiane di Donald Trump, si allontanano sempre più da noi, anche la Russia è Europa. E che tra la demonizzazione e la comprensione reciproca, solo la seconda strada può portare a una conclusione definitiva di conflitti fratricidi.
Da questo punto di vista Giorgia Meloni avrebbe un’occasione straordinaria se, rifacendosi alla tradizione della destra europeista - la stessa che, finalmente annichilita e sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, decise comunque di abbracciare l’ingresso nella Nato - rompesse davvero con la storia Maga (Make America Great Again), proponendosi come punto di riferimento di un’Unione nuovamente allargata alla Gran Bretagna, capace di ritrovare il senso di sé, non più come cinquantunesima stella della bandiera a stelle e strisce, ma come comunità indipendente, forte e libera. Uno strappo deciso dalla storia. Lo stesso che spinse Berlinguer a scegliere “l’ombrello della Nato”.
Nel momento in cui la sinistra è pulviscolare, ce l’ha quella statura la premier o è schiava di piccoli tornaconti elettorali e del ricatto perenne della salviniana lega-vannaccian-moscovita e addirittura della retorica sull’orribile omicidio di Charlie Kirk? Più probabile la seconda ipotesi. Anche in queste ore in cui serve uno sforzo disperato. Non possiamo accettare che l’Europa nasca e si faccia nuova solo sulle macerie di una prossima guerra, in cui - come direbbe il Gabbiere di Alvaro Mutis - “l’odio che sigilla i denti e lascia gli occhi fissi nel nulla” finisce per cancellare qualunque forma di umanità.











