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di Franco Giubilei

La Stampa, 26 marzo 2026

Lo psicologo: “Il vero problema è che gli adulti non ascoltano i ragazzi”. “Le emozioni che non trovano parole per essere espresse possono diventare violenza verso l’altro o verso sé stessi”. Di fronte all’aggressione violentissima del 13enne alla sua insegnante, lo psicologo Matteo Lancini ripete come un mantra un argomento che gli è caro: per riuscire a prevenire disastri come questi, gli adulti devono saper ascoltare gli adolescenti e intercettarne le pulsioni emotive prima che si trasformino in qualcosa di peggio. Inutile inasprire le pene e ancor più demagogico, come lo psicoterapeuta si aspetta che avvenga anche stavolta, proporre di abbassare sotto i 14 anni la soglia di punibilità per i ragazzini. Lancini poi richiama analogie inquietanti: “La mimetica, la preparazione, ricordano le stragi delle città americane”.

Che cosa può scatenare una furia del genere in un adolescente?

“Non posso dire niente sul caso specifico, ma mi sembra che questi comportamenti riguardino il fatto che le emozioni non riescano a essere messe in parole e che diventino un agito violento: come se, non dominando paura, rabbia e tristezza nella fase dell’adolescenza, il conflitto esplodesse nell’azione. Questa è una società che dice di ascoltare di più i propri figli rispetto al passato, quando in realtà opera un ascolto selettivo: gli adulti mettono a tacere le emozioni dei ragazzi che li disturbano. C’è un’impossibilità degli adolescenti nel trovare ascolto e una società che non trova neanche il tempo di farlo. Il vero movente è sempre l’emozione che non ha trovato modo di essere parola”.

È una questione di marginalità sociale quella che spinge un giovanissimo ad armarsi di coltello?

“No, sappiamo benissimo che molte vicende, come quella di Paderno Dugnano (il 17enne che ha ucciso a coltellate i genitori e il fratellino, ndr) o di Giulia Cecchettin, dicono il contrario, anche se è indubbio che esistano marginalità sociali che favoriscono certe situazioni. Nel caso dell’insegnante aggredita, potrebbe trattarsi di una docente che ha saputo instaurare un rapporto con quell’alunno, anche se sarà difficile capirlo anche per chi indagherà in quella mente confusa”.

Ma le scuole come possono attrezzarsi? Si è parlato anche di metal detector...

“Leggi e decreti non hanno introdotto niente di nuovo a questo riguardo: puoi mettere tutti i metal detector che vuoi - trascurando fra l’altro il fatto che ci sono coltelli in ceramica e altri oggetti atti a offendere - ma il tema vero è la prevenzione e non saranno i dispositivi di controllo, il 5 in condotta o multe di mille euro ai genitori a risolvere il problema”.

E come si risolve?

“Con la prevenzione: già da domani (oggi per chi legge, ndr) bisognerebbe parlare in classe dell’accaduto, così come i genitori dovrebbero farlo a casa con i figli, chiedendo che cosa ne pensano e se gli sia mai venuto in mente di aggredire il prof o un compagno. L’unica prevenzione è far vedere ai ragazzi che non hai paura delle loro emozioni, in modo che si sentano liberi di esprimerle. Perché alla fine tu adulto sei sempre tentato di dire a tuo figlio che certe cose non le deve provare”.

Cosa accadrebbe se abbassassero la non punibilità dei minori sotto i 14 anni?

“La proposta salterà fuori di sicuro, ne parlano da anni nonostante abbiamo la giustizia minorile più rigorosa e seria. Va precisato che il 13enne fermato a Bergamo è stato momentaneamente allontanato dalla famiglia, verrà messo in comunità e sottoposto a valutazioni di vario tipo. D’altra parte tu puoi pure imputare un ragazzino, ma non sarà questa prospettiva a fermarlo se, come sembra in questo caso, è in preda ad emozioni talmente devastanti da poter diventare furia omicida”.

Il fenomeno dei coltelli in mano agli adolescenti è sempre più diffuso, come se lo spiega?

“Con la paura delle generazioni più giovani di quello che ti può accadere là fuori, per cui trovi nel coltello la rappresentazione più facilmente accessibile: la lama è ciò che ti consente di ribaltare la sensazione di paura. E come te ne difendi? Col coltello in tasca, comportamento che si registra anche fra ragazzi di ceti sociali non svantaggiati”.

Inasprire le pene, come con il decreto Caivano, serve?

“Gli interventi securitari non garantiscono niente. I giovani vengono visti come soggetti da riaddomesticare quando invece lanciano segnali d’allarme che vanno letti come disperazione. Bisogna parlare con loro, ma per dare ascolto ci vuole tempo e noi adulti siamo un po’ troppo impegnati a farci gli affari nostri”.