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di Lucio Luca

La Repubblica, 30 luglio 2022

L’interessante libro di Giacomo Di Girolamo, giornalista trapanese, che racconta la stagione delle stragi da un’altra prospettiva: quella dei boss. A partire dall’imprendibile Messina Denaro.

È tutta una questione di prospettiva. Nella vita, negli incontri, negli amori, nella morte. E anche nella mafia. La storia stessa è una questione di prospettiva. La puoi interpretare dalla parte dei vincitori o da quella dei perdenti, da quella dei buoni o da quella dei cattivi. Resta comunque una questione di prospettiva: ti siedi da una parte e hai una certa visione, ti siedi dall’altra e la realtà sembra cambiare totalmente.

Non deve essere stato semplice per Giacomo Di Girolamo, bravo e coraggioso giornalista trapanese da sempre impegnato sul fronte giusto - o meglio, dalla parte giusta della prospettiva - accomodarsi per una volta là dove stanno i nemici della sua terra, i mafiosi stragisti, l’inafferrabile Matteo Messina Denaro, capo incontrastato della mafia trapanese, l’ultimo grande latitante sfuggito alle mani dello Stato.

“Matteo va alla guerra”, il libro di Giacomo Di Girolamo che racconta la mafia e le stragi del ‘92 a partire dall’inizio (Zolfo Editore, 282 pagine, 18 euro) è un’operazione complessa ma sicuramente riuscita. L’autore fa raccontare l’intera vicenda, con tanti particolari rimasti ancora nell’ombra, a una voce narrante che altri non è che un fedelissimo del boss. E noi che l’attacco al cuore dello Stato di trent’anni fa, culminato con le stragi di Capaci e via D’Amelio, l’abbiamo sempre visto dall’altra parte della barricata, ci troviamo improvvisamente catapultati tra capibastone e gregari, killer e favoreggiatori, mammasantissima e colletti bianchi.

Non dev’essere stato semplice mettersi nei panni dei cattivi. E raccontare di quella che fu una vera e propria guerra allo Stato, ideata con il contributo di una mafia segreta e intoccabile. Non solo, attraverso il racconto dal “di dentro” scopriamo che la strategia stragista di Cosa nostra servì al giovane boss Matteo Messina Denaro, figlio prediletto di don Ciccio, il capomafia storico di Trapani, per attuare un ricambio generazionale e prendere il comando dell’organizzazione. Con Matteo ‘u siccu o Diabolik o L’invisibile com’è stato più volte soprannominato, Messina Denaro jr. fece compiere un salto di qualità a Cosa nostra, trasformandola in maniera profonda con conseguenze che riusciamo a capire solo oggi.

“Matteo va alla guerra” non è la biografia di Totò Riina o Messina Denaro, né un libro di storia, non si parla di depistaggi, di accordi indicibili. Di Girolamo piuttosto individua un preciso momento storico, i primi anni Novanta, un preciso luogo, la Sicilia occidentale, e lì scava in profondità per capire e raccontare - per la prima volta - il punto cieco in cui nasce una delle pagine più nere della nostra storia recente.

“Penso che si scrive “con gli occhi” - spiega Di Girolamo - bisogna far vedere le cose. E per farlo ho deciso di ribaltare il punto di vista: facciamo parlare il male. Mettiamoci dalla parte del torto. La scrittura è anche questo: immergersi nei corpi e nelle contraddizioni dell’altro, anche nelle zone d’ombra. Aiuta molto a capire, a comprendere. Ovviamente, comprendere non significa giustificare”.

Matteo va alla guerra non si sottrae alla domanda che da trent’anni continuiamo a farci senza risposte. O meglio, senza risposte giudiziarie. E’ proprio il narratore mafioso del libro che, di fatto, ci risponde: “Abbiamo fatto tutto da soli? La risposta è semplice: noi abbiamo fatto quello che andava fatto. E soli non siamo stati, mai…”.

Qualcuno - è la tesi dell’autore - ha armato Cosa nostra, l’ha quasi spinta a fare una guerra eliminando personaggi scomodi sia per la mafia che per lo Stato. Falcone e Borsellino, dunque, ma anche poliziotti, giornalisti, uomini delle istituzioni. Un piano concordato, insomma, quasi una “trattativa”, se non fosse che un processo ha recentemente stabilito che quella trattativa non c’è mai stata. Verità giudiziarie, appunto, verità da rispettare anche tenendosi i propri legittimi dubbi.