di Valeria Russo
huffingtonpost.it, 8 novembre 2026
Ma i reati restano stabili e le carceri minorili scoppiano: +50% di detenuti dal 2022. Si è adulti per legge a quattordici anni? Fino a qualche settimana fa, prima di giudicare un ragazzo tra i 14 e i 18 anni, un giudice doveva chiedersi se davvero capisse ciò che stava facendo. Dal 23 ottobre la risposta è già scritta: “Sì, fino a prova contraria”. È questo il cuore del decreto-legge 190/2026, approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre all’indomani degli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre, e ora all’esame della Camera, che ha tempo fino al 21 dicembre per convertirlo. Il testo riscrive l’articolo 98 del codice penale presumendo per chi ha compiuto quattordici anni la capacità di intendere e di volere.
Non è la sola novità del decreto, che prevede il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, con pene fino a dodici anni per chi organizza o istiga; l’arresto in flagranza differita esteso ai minorenni; multe ai genitori da 500 a 1.000 euro, che salgono fino a 2.000 in caso di recidiva, anche quando il figlio ha meno di quattordici anni e dunque non è imputabile, come ribadisce il decreto 190/2026.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ricordato che l’età dell’imputabilità resta fissata a quattordici anni e che le pene non sono state inasprite, però, prima toccava allo Stato dimostrare che quel ragazzo era maturo, ora spetterà alla difesa dimostrare che non lo era. Viene completamente ribaltato lo sguardo con il quale si giudica il minore, perché proprio quest’ultimo smette di essere una persona in formazione da conoscere e diventa un adulto in miniatura da smentire.
Un’emergenza che i numeri non vedono - Da dove nasce l’urgenza? Dalle immagini di Milano, che hanno scosso tutto il Paese: i frame di quelle vetrine in frantumi, le centinaia di cassonetti in fiamme, e quei volti giovanissimi che agivano come in un videogioco del terrore. Un legislatore, d’altro canto, non dovrebbe scrivere con il fumo negli occhi. E i dati raccontano un’altra storia.
Le segnalazioni di minori denunciati e/o arrestati (dati del Ministero dell’Interno elaborati da Antigone) sono rimaste sostanzialmente stabili tra il 2010 e il 2023, oscillando tra circa 26 e 34 mila l’anno; nel 2023 erano 31.173, in calo del 4,15% sul 2022. Le segnalazioni per omicidio sono stabili: 27 nel 2022, 25 nel 2023, 26 nel 2024. E l’Italia resta tra i Paesi europei con i tassi più bassi di criminalità minorile.
Che cosa è cresciuto, allora? Le celle. Al 30 giugno 2026 nei venti Istituti penali per minorenni erano detenuti 572 ragazzi. Rispetto alla fine del 2022, ultimo anno prima del decreto Caivano, l’aumento sfiora il 50 per cento. Per la prima volta nella storia della Repubblica, le carceri minorili conoscono il sovraffollamento; nei primi sei mesi di quest’anno 87 giovani sono stati trasferiti in istituti per adulti. Antigone, nel capitolo sui minori del suo ultimo rapporto, è netta: l’impennata dipende dall’inasprimento della risposta penale, non da una crescita della criminalità più grave. Se esaminiamo con più attenzione questo paradosso risulterà subito evidente che più ragazzi in cella senza più reati non è sicurezza, ma solo più carcere.
E mentre le presenze salivano, la legge di bilancio 2026 tagliava del 60,6 per cento i fondi per ristrutturare e potenziare le strutture della giustizia minorile. In poche parole, ci sono più detenuti, ma sempre meno risorse, una evidenza che chiunque abbia varcato la soglia di un istituto per minori sa che cosa significhi.
Il simbolo e la sostanza - Questo è l’ennesimo provvedimento della serie: il decreto Caivano nel 2023, il decreto sicurezza di febbraio, ora il cosiddetto decreto anti-riots. Ogni volta che una piazza brucia, Palazzo Chigi risponde con un decreto facendo passare il messaggio che lo Stato c’è, e non si fa intenerire dall’età. Eppure, la presunzione di imputabilità non impedirà a nessun sedicenne di lanciare una bottiglia, ma cambierà soltanto il modo in cui lo processeremo dopo. Le multe ai genitori colpiranno con più durezza proprio le famiglie che già fanno difficoltà, quelle in cui un figlio scivola verso la strada anche perché a casa mancano tempo, soldi e strumenti. Cesare Beccaria nel suo trattato Dei delitti e delle pene (1764), cap. XLI lo aveva scritto più di due secoli e mezzo fa, con una chiarezza che non ha perso nulla: “È meglio prevenire i delitti che punirgli”.
“Devastare non è protestare”: l’obiezione - Non c’è niente di “rivoluzionario” nel devastare e nel rubare e chi ha saccheggiato negozi a Milano non stava facendo politica, perché stava commettendo reati. E un sedicenne che spacca una vetrina sa benissimo di non doverlo fare. Perché, allora, trattarlo con i guanti? In realtà, il codice consentiva già di processarlo e condannarlo, visto che l’accertamento della maturità non era un’assoluzione preventiva, ma un esame, che nella grande maggioranza dei casi viene riconosciuta dai giudici minorili.
Il decreto non colma una vacatio di punibilità, ma toglie solo al giudice il dovere di chiedersi chi ha davanti, proprio nell’età in cui le differenze tra un ragazzo e l’altro sono più profonde. C’è poi la Costituzione all’articolo 27 a pretendere che la pena tenda alla rieducazione del condannato, e il processo penale minorile del 1988 è stato costruito su questa promessa, ovvero che un ragazzo che sbaglia è anzitutto un minore da recuperare. Quando un quindicenne esce da un carcere minorile sovraffollato, ad esempio, dopo un trasferimento in un carcere per adulti, raramente ne esce migliore; anzi, più spesso torna in libertà con una rete di relazioni peggiore di quella con cui era entrato.
Chi diventerà quel ragazzo - Il Parlamento ha sei settimane per correggere la sua direzione senza rinunciare alla fermezza: punire chi organizza la violenza, sì; ma togliere la presunzione dal testo di conversione e restituire al giudice il dovere di chiedersi chi ha davanti. E, accanto alle multe, finanziare educatori, comunità, presidi nelle scuole di periferia, messa alla prova. Quattordici anni sono l’età in cui si sceglie la scuola superiore, si litiga con i genitori, si sbaglia e si ricomincia daccapo, magari dai propri sogni. Una Repubblica seria dovrebbe chiedersi chi diventerà quel ragazzo, non soltanto che cosa abbia commesso. Dichiararlo adulto per decreto è la scorciatoia di chi ha smesso di porsi la domanda.









