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di Alessandro Sansoni

Il Messaggero, 2 giugno 2024

L’ingegnere di Fiuggi sarebbe dovuto uscire oggi dopo due anni dal carcere, ma sono sorti altri problemi. Incubo senza fine per Maurizio Cocco, l’ingegnere di Fiuggi detenuto in Costa d’Avorio da due anni. Ieri doveva essere il giorno della sua scarcerazione, ma per ragioni imprecisate la liberazione è saltata. Tutto rinviato a domani, o almeno si spera. Niente ormai nella vicenda che vede protagonista il ciociaro è più certo. Le informazioni dal paese ivoriano arrivano come sempre in modo frammentario. Da settimane moglie e figli attendevano questo momento. Dopo due anni avrebbero rivisto il loro, sia pure soltanto in una videochiamata. Ma per ora sarebbe bastato anche questo contatto a migliaia di chilometri a distanza, per guardarsi finalmente negli occhi. I familiari sono preoccupati per lo stato di salute del 62enne, sepolto da due anni in un carcere, quello della capitale Abidjan, inserito nella lista nera dalle organizzazioni umanitarie per il trattamento riservato ai detenuti. Nei giorni scorsi gli erano state riprese le impronte digitali ed erano state fatte tutte le altre procedure in vista della scarcerazione.

E invece, ieri mattina, è arrivata la telefonata degli avvocati che comunicano che l’ingegnere non sarebbe uscito. Assunta Giorgili, moglie dell’ingegnere, temeva che qualcosa potesse andare ancora storto. In questi due anni ne ha viste tante, troppe. E a Il Messaggero, alla vigilia dell’annunciata scarcerazione, aveva detto: “Speriamo che vada tutto bene”. Ora in lacrime racconta: “Sono disperata: non lo hanno scarcerato. Hanno detto che sono sorti problemi, ma non ci dicono quali. Lunedì i nostri avvocati della Costa d’Avorio andranno a parlare con il giudice che ha emesso la sentenza, nel tentativo di capire”.

Si aggiunge così un altro capitolo al calvario. Tutto è iniziato esattamente due anni fa quando all’alba del 2 giugno del 2022 Cocco venne prelevato dalla propria abitazione e portato in carcere con l’accusa di far parte di un cartello del narcotraffico operante tra il Sud America, l’Italia e la Costa d’Avorio e di aver sfruttato il suo lavoro nel settore delle costruzioni per riciclare denaro di provenienza illecita. Accuse piombate come macigni su un imprenditore e professionista affermatosi nel settore dell’edilizia che non aveva mai avuto problemi con la legge. Da subito il ciociaro si è professato innocente, ma nessuno gli ha creduto. A nulla sono valse anche le richieste per ottenere almeno gli arresti domiciliari. Pure quando, già nella fase preliminare, le accuse si erano rivelate infondate come poi stabilito nel corso del processo conclusosi lo scorso 7 maggio.

Alla fine Cocco è stato assolto per i reati più gravi e condannato a due anni di carcere (pena che nel frattempo ha già scontato) per una presunta frode fiscale in relazione a fatti che in Italia costerebbero, nella peggiore delle ipotesi, un accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Al ciociaro, infatti, è stata contestata la mancata presentazione del bilancio della società con cui da anni opera in Costa d’Avorio nel settore edile. C’è poi un dettaglio: Cocco non ha potuto presentare la documentazione contabile per il semplice fatto che si trovava in carcere. L’ingegnere è determinato a continuare la sua battaglia per ottenere giustizia e ha presentato ricorso in Appello contro la condanna. Intanto, però, doveva tornare a essere un uomo libero. La pena sarebbe scaduta oggi, ma visto che era domenica la scarcerazione era stata anticipata a ieri. E invece sono emersi nuovi problemi. Domani, forse, si capirà qualcosa di più.