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di Donatella Coccoli

Left, 4 agosto 2023

I guasti del populismo penale, il reato di tortura sotto attacco, la vita intollerabile nei Cpr. Il Garante nazionale delle persone private di libertà, al termine del suo mandato, racconta un’umanità fuori dai radar.

Detenuti nelle carceri, autori di reato con patologie psichiatriche nelle Rems, stranieri nei centri per il rimpatrio. Sono coloro che dal 2016 ha incontrato Mauro Palma, presidente del Garante nazionale delle persone private di libertà arrivato adesso allo scadere del suo mandato (le altre componenti del Collegio sono Daniela De Robert ed Emilia Rossi).

L’ultima Relazione al Parlamento, corredata da un corposo dossier, non solo rappresenta una fotografia reale delle condizioni di vita di migliaia di cittadini fuori dai radar, ma è anche uno strumento di riflessione sui diritti umani negati. Come scrive Palma, tra i maggiori esperti a livello internazionale in tema di lotta alla tortura e ai trattamenti inumani, l’attività del Garante è un contributo di soft law che, basandosi “sull’esperienza dell’aver visto e del vedere”, fornisce “elementi di analisi e interpretazione all’impianto dell’hard law”.

Il Garante infatti formula precise Raccomandazioni alle autorità responsabili, anche se talvolta non vengono accolte, come per esempio quella, subito dopo le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che indicava la necessità di introdurre elementi identificativi sulle divise degli agenti della polizia penitenziaria. Il ministro Nordio, mentre scriviamo, sta decidendo la composizione del nuovo Garante. Qualsiasi sia la decisione, dice Palma, “darò tutto l’appoggio mio e dell’ufficio professionalmente costruito in questi sette anni e mezzo”.

Mauro Palma, partiamo dalla visione culturale che traspare dalla sua Relazione. Il Garante, oltre alla funzione di prevenzione e garanzia dei diritti, può contribuire alla consapevolezza collettiva su questi temi?

Sostanzialmente deve dare la consapevolezza. Per carità, la tutela giuridica dei diritti è molto importante, ma questo tipo di controllo non può esistere se non c’è un controllo sulla cultura complessiva, sulla cultura che riconosce il molteplice, cioè riconosce l’essere in tanti modi, le diversità. Riconosce che c’è anche chi ha sbagliato, chi ha una particolare difficoltà di espressione - mi riferisco ad altri luoghi rispetto al carcere - ma lo riconosce come sé, non come un altro che io vado a proteggere. E allora le parole escludenti come “Chiudiamoli e buttiamo la chiave”, il linguaggio che fissa una differenza, sono qualcosa che fanno perdere questa consapevolezza.

Dopo sette anni qual è il bilancio? C’è una sensibilità maggiore nella società?

Devo dire che ci si scontra spesso con varie corazzate, come i media, il linguaggio giornalistico, quello dei social soprattutto, più secco, diretto. In questi sette anni c’è stato un cambiamento negativo e positivo. Negativo a livello generale: la società prova sempre più fastidio per le differenze. Però contemporaneamente, e in questo mi prendo come istituzione anche un pezzettino di merito, penso che ci sia una consapevolezza più diffusa. Sette anni fa il Garante nazionale significava ben poco, adesso il fatto che ci sia, ed è bene che ci sia uno sguardo al di fuori dei giochi, secondo me è stato acquisito. Tanti giovani, per esempio, vogliono fare le loro tesi su questi temi e si rivolgono a noi. Ci sono poi molte più denunce per maltrattamenti; questo non significa che ora si sta peggio, significa che c’è un senso, una ragionevolezza anche nel denunciare.

E il rapporto con la politica in questi sette anni? C’è una frase nella relazione: “La politica aiuta, coopera ma non detta le regole”...

Esatto, perché se la politica lo facesse, svuoterebbe le regole e questo fa male anche alla politica stessa. Come la politica non deve perdere la propria funzione pedagogica con la collettività, di alzare i livelli di consapevolezza dei cittadini, così ha bisogno che qualcun altro sia il suo sguardo. Il Garante, essendo punto di vista indipendente ed esterno alle politiche messe in campo, è di aiuto alla politica per riflettere su sé stessa.

La politica in questi sette anni non si è mai mostrata “recalcitrante”?

Superata la fase iniziale del doversi misurare con un soggetto nuovo, io non ho mai ricevuto pressioni. È sempre stata riconosciuta una certa autorevolezza all’autorità del Garante e c’è sempre stata una cooperazione - e di governi in sette anni ne son passati sei, non sono pochi, e con una connotazione e fisionomia diversa. Da parte di alcune forze politiche c’è stata una tendenza iniziale a non considerarci che però poi è rientrata subito e devo dire che ci si è misurati da istituzione a istituzione. Quello che trovo invece piuttosto incredibile - e questo non solo in Italia - è il fatto che la politica è sempre più vittima del sondaggio preventivo, cioè della ricerca del consenso, soprattutto in una situazione come la nostra, con scadenze elettorali ravvicinate. Non c’è mai la possibilità di fare scelte di lungo respiro perché si ci misura subito su cosa può portare un vantaggio immediato. Per cui se succede un fatto qualsiasi eclatante, subito si fa un decreto. È una politica di corto respiro perché è troppo subalterna al principio consensuale e poco al principio costituzionale inteso come cultura, orientamento.

Mi viene da pensare alla tendenza degli ultimi anni, il populismo penale...

Certo, le pare normale che noi abbiamo in carcere un numero cospicuo di persone con condanne sotto i tre anni che arriva quasi a 8mila persone e 1.500 sotto un anno (come sentenza non come pena residua)? Per reati minori, magari molto fastidiosi per l’opinione pubblica, ma che non interrogano soltanto la penalità e il carcere, interrogano anche il territorio. Sembra quasi che l’unico strumento che abbiamo come soluzione per ogni contraddizione, a cominciare dalla povertà che a volte porta a delle vite randagie, è quella del penale. Non può essere così. Il penale è uno strumento sussidiario, deve intervenire là dove altri strumenti di regolazione sociale hanno fallito.

A proposito delle migliaia di detenuti che hanno pene minime, lei propone la detenzione sociale. In cosa consiste?

La detenzione in altri luoghi, in strutture che siano di controllo, perché il controllo è necessario come messaggio alla collettività, ma soprattutto di supporto, molto più dialoganti con il territorio, con il volontariato ecc. Non può essere che uno stia in carcere perché non ha il domicilio - e giustamente il magistrato non gli può dare la detenzione domiciliare - e magari ha una pena così piccola che il carcere non fa neanche a tempo a elaborare nulla per lui. Uno condannato a sette mesi che percorso rieducativo potrà fare? Passato il tempo, verrà rimesso fuori e magari tornerà in carcere.

Il numero delle persone ristrette, in misura alternativa e messa alla prova è aumentato: 135.073 oggi rispetto ai 98.854 del 2016, eppure i reati gravi sono diminuiti. Perché?

Questo è il populismo penale. Cioè il fatto che il penale, il “metterli dentro” crea consenso. Questo mi lascia molto perplesso. Il penale finisce per essere il sostituto di quelle reti sociali che negli ultimi decenni sono state smantellate, per cui hai meno reati ma maggiore controllo. Tra l’altro maggiore controllo anche con poche risorse perché quelle per l’extra carcere sono spesso molto limitate.

Cosa pensa delle proposte della destra di modifica del reato di tortura?

Mi colpiscono due aspetti. Uno di ordine culturale. Se di fronte a episodi di violenza - i video sui fatti nella Questura di Verona per esempio erano usciti poco prima della mia relazione - invece di dire, “attendiamo l’accertamento definitivo della magistratura”, “certo, questi episodi sono gravi e ingiustificabili”, si comincia invece col dire “rivediamo il reato di tortura”, è come se si avesse sottovalutato la gravità di quei fatti. Ma questo è quanto di più diseducativo si possa fare. È un messaggio di impunità. Quanto alla questione di fondo, ci abbiamo messo moltissimo tempo per introdurre il reato di tortura, dopo un accordo faticoso. Posso anche concedere il fatto che la sua formulazione lessicale sia malposta, non è ben scritto, eppure come allora diedi un parere positivo in Commissione giustizia, così lo ribadisco adesso. Vediamo come funziona.

Insomma, non si cambiano le figure di reato con rapidità, tanto più quando sono una conquista e il cambiamento verrebbe vissuto come garanzia di impunità. Si aspetta dopo un certo numero di anni per capire come si è sedimentato nella giurisprudenza. Cosa può dire dei Centri per il rimpatrio? Lì le persone sono ristrette in detenzione amministrativa, ma hanno meno diritti che in carcere...

Esatto, non ci scordiamo che si tratta di detenzione amministrativa. Nei Cpr ci sono due tipi di persone. Quelli che hanno semplicemente una irregolarità amministrativa - gli è scaduto il permesso di soggiorno o non l’hanno mai avuto - e quelli che al termine di una pena sono in attesa di una espulsione, prevista dalla sentenza. La loro è sempre una detenzione di tipo vuoto, vuoto di significato, vuoto di tempo, in ambienti vuoti di supervisione perché, mentre in carcere c’è la magistratura di sorveglianza, qui questa figura non c’è per niente. Questa funzione ce l’ha soltanto il Garante, e a livello locale i garanti regionali, anche se con un po’ meno poteri perché non sono organismi riconosciuti dalle Nazioni Unite - ma io come Garante nazionale li posso delegare, cosa che ho fatto più volte. I Cpr sono ambienti degradati che lo diventano sempre di più, dove c’è una tensione a distruggere, anche perché le persone sentono di aver fallito il proprio progetto di vita: volevano venire in Italia, stare qui e invece vengono espulse. E poi, se andiamo a vedere i dati, solo il 50% viene rimpatriato. Le persone vengono rimesse fuori con un foglio di via per andarsene dal Paese entro dieci giorni, ovviamente non andranno via e quindi possono essere riprese e portate di nuovo in un altro centro. Nei Cpr - e non è solo un problema italiano ma è proprio della struttura europea - il disvalore delle vite è intollerabile. Vengono considerate come qualcos’altro, qualcosa di diverso da contenere, magari pagando qualcuno, qualche altra autorità di qualche altro Stato, perché non li faccia passare.

Parliamo dei rimpatri forzati degli stranieri. Il Garante li accompagna in aereo e dopo, una volta atterrati nel proprio Paese, che gli succede?

Ora do una buona notizia. L’altro ieri ero a Tirana perché abbiamo firmato il secondo accordo dopo quello con la Georgia. Siccome l’Albania ha un organismo analogo al nostro, l’accordo consiste nel fatto che noi comunichiamo quando c’è un rimpatrio, in modo tale che possiamo tutelare la persona finché l’aereo atterra e loro la possono prendere in carico poi e controllare dopo. Un accordo simile lo stiamo per fare con il Marocco. Faticosamente, perché siamo pochi, stiamo costruendo una rete tra organismi analoghi riconosciuti dall’Onu, una specie di staffetta. È una collaborazione effettiva tra strutture istituzionali e questo è un punto importante.

L’ultima domanda riguarda la salute psichica dei detenuti in carcere - nel 2022 ci sono stati 85 suicidi - e la situazione in cui si trovano le Rems. Cosa bisogna fare?

Le Rems sono ancora delle strutture per molti aspetti acerbe ma su cui io sono abbastanza ottimista. Bisogna stare attenti a non assecondare gli attacchi che ricevono e che tendono a volerle far diventare delle specie di manicomietti. In realtà dovrebbero esse- re un momento della presa in carico di un soggetto che ha un disturbo psichico che ha cagionato il reato - e non gli è venuto dopo - e quindi, essendo incapace di intendere e volere, non è detenuto ma è internato e gli va organizzato un percorso di vita possibile. Dobbiamo ragionare sulle vite possibili, perché tutte le vite devono essere dignitose. Non possiamo pensare che queste persone siano come quelle che una volta erano re- legate nel manicomio giudiziario, perché così non disturbavano le altre vite. Diverso è il discorso per quelli che, detenuti e quindi giudicati capaci di intendere e volere, nel loro periodo detentivo carcerario hanno dei comportamenti, delle modalità d’essere e anche di disagio psichico effettivo che li porta a essere ingestibili all’interno del carcere. Allora bisogna investire sulle Articolazioni della tutela della salute mentale perché le persone, pur continuando ad essere in un circuito detentivo, devono essere sotto la totale responsabilità sanitaria. A questo si collega anche la capacità di saper “leggere” le persone, fermo restando che soggettivamente ogni suicidio può essere imperscrutabile. Non regge spiegare il suicidio per le brutte condizioni carcerarie. Questi fatti interrogano più attori, però è sicuro che l’attenzione al suicidio non può essere solo responsabilità del personale di amministrazione penitenziaria o della polizia penitenziaria ma c’è bisogno che le Asl investano molto di più nell’attenzione al carcere.