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di Giulio D’Antona

La Stampa, 3 marzo 2025

Lo scrittore inglese porta in Italia il suo nuovo romanzo sull’adolescenza: “L’angoscia sociale e la crisi psicologica dei ragazzi dipendono da noi adulti”. Il futuro è un tema ricorrente. Forse perché, nello scenario pseudo-apocalittico che si sta delineando comincia ad assomigliare a un concetto difficile da afferrare; sfuggente, vano, effimero. “Inutile parlare di futuro, non sappiamo nemmeno se ne avremo uno”, ha detto Kurt Vonnegut in tempi in cui c’era da stare più allegri. “Sarà un massacro”, ha affondato Leonard Cohen più o meno nello stesso periodo.

Gli scrittori hanno due ambizioni: riscrivere il passato e scrivere il futuro. E uno scrittore dalla penna poetica come quella del britannico Max Porter può bene ambire a entrambe le direzioni. Porter non è necessariamente un pessimista, ma è uno che ci vede chiaro. “Fa tutte le domande giuste e ha la maggior parte delle risposte”, ha detto di lui George Saunders, e ci si augura che abbia ragione.

Nella sua carriera, dal fulminante esordio di “Il dolore è una cosa con le piume” (in Italia per Guanda, tradotto da Silvia Piraccini) al più recente Lanny (pubblicato da Sellerio per la traduzione di Marco Rossari), ha sempre esplorato le acque più turbolente e inquiete, usando una prosa che somiglia alla poesia e un ritmo proprio della musica elettronica. Con Shy (Sellerio, tradotto da Federica Aceto) condensa la sua idea di futuro in una novella ambientata nel passato. Esplora l’avvenire attraverso lo sguardo di un adolescente “problematico” che fugge dalla casa-famiglia che lo ospita portando con sé uno zaino pieno di sassi e un walkman. Punta a un laghetto e le sue intenzioni sono facili da intuire. Porter mette in Shy tutta l’irrequietezza e la rabbia che può, gli dona la violenza e la ribellione e lo manda per la sua strada, per svelare il destino che ci accomuna e che lui va a cercare in fondo al lago.

È preoccupato?

“Dovremmo esserlo tutti, credo. E la ragione per la quale ho deciso di scrivere dal punto di vista di un adolescente è proprio per poter dare forma a questa mia preoccupazione. Ho cercato di immaginarmi cosa significhi oggi essere un ragazzo bianco, socialmente inadeguato, alle prese con un incrocio di populismo e despotismo, con un mondo adulto completamente alla deriva. Cosa significhi non avere la prospettiva di un futuro”.

Però Shy è ambientato nel passato…

“Sì. Ho pensato che questo mi avrebbe fornito la giusta distanza per cercare di mettere meglio a fuoco la matrice del problema. Il fatto di collocare il mio protagonista in un momento nel quale il Regno Unito si trovava sulla soglia di una svolta laburista dopo diversi anni di dominazione conservatrice, con la promessa di un futuro migliore, che poi si è rivelato il frutto di una propaganda bene architettata, mi dava la possibilità di astrarre Shy dal resto del suo intorno e dalla prospettiva del futuro reale. Volevo renderlo più sincero, e spero di esserci riuscito”.

Ne è soddisfatto?

“Uno scrittore non è mai soddisfatto, credo che l’insoddisfazione faccia parte della nostra natura, così come l’insicurezza”.

Shy ha la voce che voleva?

“Ha la rabbia che volevo. Volevo che non avesse nulla a che vedere con il sentimento nel quale si trasforma una volta diventati adulti, quel modo un po’ accondiscendente che abbiamo di rileggere il passato, le decisioni che abbiamo preso di impulso e gli errori che abbiamo commesso. Anche in questo la distanza temporale mi ha molto aiutato. Volevo che il suo grido di rabbia fosse rivolto a un futuro ancora carico di speranza”.

Però lei il futuro lo conosce…

“Proprio per questo è ancora più importante che la vicenda appartenga al passato. Io so che alla fine le cose sono andate peggio di come potevano andare. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo era ambientato nel Medioevo…”.

Davvero?

“Sì, e il protagonista era un miniaturista. Sempre adolescente, ma turbato dal fatto che aveva cominciato ad avere pensieri sacrilegi e non sapeva più come comportarsi”.

E poi?

“Era il periodo a cavallo del voto per la Brexit, un periodo deprimente. Ho cominciato a ragionare sul futuro che avremmo lasciato alle generazioni successive, sulla desolazione conservatrice che avevamo di fronte e sul fatto che di lì in poi sarebbe stato tutto in salita per chi avesse avuto l’onere di doversi prendere cura del nostro paese e del resto del mondo. E questa non è una sensazione tipicamente britannica, prima di allora c’era sempre stata una sorta di speranza latente per il futuro”.

Anche nei momenti peggiori?

“Soprattutto nei momenti peggiori. Era come se fossimo sempre animati da uno spirito collettivo capace di risolvere tutto con una reazione netta. Ma la Brexit ha dato un colpo fortissimo a quel sentimento e, da parte mia, ho sentito la necessità di avvicinare a questo momento di rottura il mio lavoro”.

Non c’è speranza per le future generazioni?

“Come ha scritto Rebecca Solnit: “La speranza non è un biglietto della lotteria, ma un’ascia con la quale abbattere le porte”. Da sempre le giovani generazioni hanno risposto con un sonoro grido di rifiuto al futuro che veniva loro offerto e soprattutto all’affermazione che sarebbe stato loro il compito di aggiustare il futuro che chi era venuto prima aveva danneggiato. Nel nostro caso stiamo passando ai giovani una prospettiva quasi irrecuperabile e stiamo cercando di convincerli che per loro si tratti di un’opportunità, che più in basso di così non si possa andare e che quindi dovranno rimboccarsi le maniche e arrampicarsi lungo le pareti lisce del loro destino. Questa, per quanto ne so, è la speranza che viene loro offerta”.

È una disfatta…

“Non lo so e credo che non lo sapremo fino a che non vedremo in effetti come andrà. Però penso che la profonda angoscia sociale e la crisi psicologica che gli adolescenti stanno vivendo in questo momento derivino soprattutto dalla nostra incapacità di decostruire il sogno del boom e dalla continua e intransigente abitudine di sminuire la loro condizione. Non facciamo che ripetere: “Crescete e vedrete”. Ma non sappiamo nemmeno noi cosa gli stiamo augurando”.

Cosa ci salverà?

“Un po’ di tenerezza, spero. Se si guarda a ciò che i nostri leader politici propongono, al modello umano che promuovono, ci si accorge che manca del tutto la tenerezza, la pulsione al lieto fine, la tendenza a riordinare, a ritrovare la serenità. È tutta solamente una corsa al caos e alla supremazia. Pensi al modello maschile proposto da Donald Trump e Elon Musk: è del tutto avulso da qualsiasi forma di sentimentalismo o di sentimento. È animato dal terrore di essere ritenuti fragili, che sfocia nell’odio”.

È per questo che la vicenda di Shy si chiude con un abbraccio?

“Generazioni di adolescenti hanno temuto la propria sensibilità al punto di rifiutarla perché i loro adulti non avevano gli strumenti per capirla. I nostri adolescenti sono sensibili e non sembrano averne paura, come non hanno paura dell’identità di genere né del sesso. Hanno bisogno di essere abbracciati”.