di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 4 maggio 2026
È un paradosso il fatto che, persino con l’intelligenza artificiale, se si aprono le parole “Magistratura democratica” queste vengano affiancate subito al termine “garantismo”. È paradossale perché proprio sulle garanzie nel processo penale, la corrente di sinistra delle toghe, dopo averle evocate e teorizzate in ogni documento e in ogni congresso, ha subìto le più profonde lacerazioni, contraddizioni e divisioni. Fino a tristissime rotture di amicizie. Dagli anni Settanta, in particolare sul processo “7 aprile” contro Toni Negri e Potere Operaio, fino agli anni Novanta con Tangentopoli al Nord e i processi di mafia al Sud.
Una delle prime uscite pubbliche di rottura, dopo la fondazione della corrente nel 1964, fu la famosa “mozione Tolin” votata a Bologna nel 1969, con cui veniva reso pubblico, da parte di un gruppo di magistrati, il proprio diritto all’interferenza anche rispetto a processi in corso. Francesco Tolin era il direttore responsabile della rivista “Potere operaio”, ed era stato arrestato a Roma per reati d’opinione. Le libertà di pensiero e di stampa sono tra le prime rivendicazioni della neo-corrente sindacale delle toghe. Un segnale di rottura, soprattutto per l’immagine della magistratura del tempo, che il gruppo degli “eretici” (che amavano definirsi addirittura gli “iconoclasti”), considerava burocratica e passiva rispetto al potere politico, sotto le mentite spoglie di asserita neutralità e tecnicismo. Ma quel gesto spavaldo che vedeva un gruppo di magistrati affiancarsi ai diritti non di cittadini qualunque, e non dei più deboli, ma di aderenti a un gruppo politico come Potere Operaio che pochi anni dopo sarà processato come terroristico, si schianterà sulla prima scissione. E non gioverà il fatto che il funerale di uno dei fondatori della corrente, il giudice Ottorino Pesce, sarà un tripudio di bandiere rosse e pugni chiusi degli stessi magistrati.
Il processo “7 aprile” del 1979, quello che aveva decapitato l’intera facoltà di Scienze politiche dell’università di Padova e accusato il professor Toni Negri di essere l’ideatore dell’omicidio di Aldo Moro, segnerà un vero spartiacque. Perché, anche se “Md” ha sempre negato il proprio collateralismo a gruppi o partiti della sinistra, nei fatti era come se la corrente fosse divisa in tre. Da un lato gli ortodossi del Pci, rappresentati per anni da Domenico Pulitanò - in seguito e ancor oggi stimato avvocato e docente -, Salvatore Senese, Giancarlo Caselli, che farà una brillante carriera. Dall’altro i “gruppettari”, più vicini alla cosiddetta sinistra extraparlamentare, come i romani Francesco Misiani, Franco Marrone, Filippo Paone, Gabriele Cerminara e Luigi Saraceni e, a Milano, famosi pretori d’assalto come Romano Canosa, Pietro Federico e Amedeo Santosuosso e pubblici ministeri come Francesco Greco (che in seguito diventerà capo dell’ufficio) e Antonio Bevere. Al centro, personaggi come la milanese Elena Paciotti, a lungo segretario della corrente, e il padovano Giovanni Palombarini. Proprio questo magistrato, giudice istruttore a Padova, era stato messo in croce dagli esponenti del Pci, e dai suoi stessi colleghi più ortodossi, a causa del processo “7 aprile”. Il pm Pietro Calogero, deceduto di recente, e l’intera Procura, avevano costruito quello che fu con molte ragioni chiamato “teorema”: mettendo insieme Brigate rosse e altri gruppi armati fino all’area della sovversione sociale degli autonomi, si era costruita una maxi-inchiesta monstrum che verrà demolita al processo, ma solo dopo che molti imputati avevano subito anni di carcere speciale. Palombarini non era d’accordo sullo schema accusatorio e veniva esplicitamente invitato ad astenersi dalle indagini perché considerato “contiguo” all’ambiente di sinistra degli imputati. Suo principale accusatore era il Pci padovano, con annessi i suoi colleghi di Magistratura Democratica. Si affacciava a quei tempi, nelle aule giudiziarie, proprio nel mondo della sinistra, il concetto del “nemico” da combattere con tutte le armi. Nel nome di un sostanzialismo giuridico, l’opposto proprio del garantismo che avrebbe dovuto rappresentare le impronte digitali di Magistratura Democratica. Contro Giovanni Palombarini, che non era certo un estremista e, in quell’inchiesta, neppure del tutto innocentista, si era scatenata anche tutta la stampa di sinistra. Con un’unica eccezione, quella del manifesto, “quotidiano comunista”. Il giornale di Rossanda e Pintor aveva svolto una vera campagna di stampa su quel processo. E al suo fianco c’era sempre stato quel gruppo di giovani magistrati, veri garantisti, tra cui Luigi Ferrajoli, che aveva rapidamente lasciato la toga preferendole la docenza di Filosofia del diritto. Veri capitani coraggiosi che, anche con l’appoggio di alcuni avvocati, non ebbero timore nel rivendicare i diritti, e persino l’innocenza di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, estremisti di destra, nel processo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. In quell’occasione lo scontro politico all’interno della sinistra e della stessa Magistratura Democratica fu violento. La segreteria bolognese del Pci accusò il manifesto di essere “oggettivamente” una sorta di mandante di stragi, e con esso anche la parte più garantista della magistratura e della corrente.
Amicizie cominciarono a vacillare. E a Milano il famoso “gruppo del mercoledi”, che si riuniva a casa di una cronista del manifesto, nei fatti si sciolse, dopo che un magistrato aveva sbottato: “Ma ricordatevi che io sono comunque un repressore”, e un altro aveva invocato un “maggiore intervento della giurisdizione”.
Ripercorrendo questi episodi degli anni Settanta-Ottanta con la memoria, ci sembrano quasi pizzicotti, se paragonati a quel che succederà nei lunghi mesi di Tangentopoli. Saranno gli anni Novanta a disvelare il vero significato dell’”essere garantisti ma anche portatori di valori”. E poi della giurisprudenza alternativa, e anche di quella creativa.
La Mani pulite della Procura di Milano è stata una creatura di sinistra, quasi tutta interna a Magistratura Democratica. Sarà tutta “di sostanza”. E sarà sufficiente leggere un vero libro di memorie, “La toga rossa”, scritto da Francesco Misiani, con il giornalista Carlo Bonini, nel 1998. Lì si racconta per esempio dei suoi incontri con Francesco Greco, quello che “voleva abbattere lo Stato borghese”, che tutto sorridente gli diceva “con queste inchieste giro il mondo e poi ho una stanza più grande della tua”. E poi del suo incontro a Roma con Gherardo Colombo. Il quale, alle sue obiezioni sulle regole della competenza territoriale, gli diceva: “Forse non hai capito, Ciccio, ma qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può fare o non fare le inchieste. A Milano, in questo momento storico irripetibile, si possono fare. Qui a Roma No”. Un bel de profundis per il garantismo.











