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di Giancarlo Visitilli

Corriere del Mezzogiorno, 27 aprile 2022

Sono centinaia i ragazzi di molte nazionalità che faticano a inserirsi nelle classi di tutta la Puglia. Come provare a indossare dei tappi di silicone negli orecchi. Guardare il labiale di chi parla e non poter sentire. Provare a stare così per cinque, sei ore. È la condizione di centinaia di bambine, bambini e adolescenti, studenti in Puglia, stranieri. I numeri ufficiali, quelli reali, non è dato saperli, neanche se ci si affaccia nei blindati uffici ministeriali. Sono i numeri degli studenti nelle classi, nella costrizione di esiliati, perché non conoscono una sola parola di italiano, restano in classe per lunghe e interminabili ore, senza comprendere nulla di quanto si dice e si svolge. Perno, per loro, da qualche anno, non è più prevista la figura del mediatore linguistico e culturale. O meglio, le linee guida del Ministero, legge 170, prevedono che la figura del mediatore sia a carico dell’ente locale. “È così - spiega un funzionario dell’Ufficio scolastico regionale, che preferisce non apparire con il suo nome - dal momento in cui è stata cambiata la legge di bilancio con il governo Berlusconi: gli uffici periferici del ministero non sono nodi che erogano risorse finanziare. Quindi, ogni tre mesi vengono assegnate dei soldi direttamente alle scuole, ma non per la mediazione, perché questa figura e questo ambito del sociale, secondo la legge 328 del 2000, è di competenza dell’ente locale”.

La mediazione culturale, quindi, è una mediazione a tutto campo come quella della sanità, della giustizia e di vari settori della vita civile, in quanto tali a carico dell’ente locale. Con la legge 170, quella che sarebbe stata relativa alla “buona scuola”, i bisogni speciali si è cercato di medicalizzarli. Per togliersi un problema, cercando di estorcere da altri settori ciò che sarebbe un dovere proprio della scuola. “C’è stata una rimozione della questione” sostiene anche il funzionario. C’è una volontà del legislatore, che viene dalla Bossi-Fini, che ha portato a un restringimento a favore degli stranieri e la storia di Zhao, preadolescente cinese, che è in classe dall’inizio di settembre e senza un’insegnante per insegnargli la lingua italiana, dovrebbe interpellare un Paese civile. Gli occhi arrossati di Zebrha, bambina afghana di otto anni, in classe, con accanto un’insegnante che sta con lei tre ore alla settimana, e che durante le restanti ore resta sempre seduta al suo posto, senza che possa comprendere nulla di quello che si svolge intorno a lei, sa di carcere, di ghetto. Di un qualcosa che dovrebbe far saltare un paese civile, cristiano, per giunta cattolico, e come si dice, con la migliore Costituzione del mondo.

Quale? Perché si stenta a crederlo, se ci sono tante bambine, bambini e adolescenti che, se trovano la sensibilità, come ce n’è e per fortuna tanta, fra i presidi e molti insegnanti, di dedicarsi a loro, preparandosi allo studio dell’insegnamento della lingua per stranieri, è bene. Altrimenti, nella maggior parte dei casi, questi studenti vengono affidati a insegnanti che hanno ore di potenziamento, e magari insegnano Diritto, Scienze motorie, e gli si affidano questi studenti. Perché li tengano. Non si sa, molte volte, a fare che. Sergio Nisi, insegnante di matematica racconta di aver avuto uno studente cinese, Han, “che non conosceva neanche una parola d’italiano. L’unico modo che ho trovato per comunicare era l’inglese. Anche in questo caso non era affatto semplice, ma siamo comunque riusciti a fare qualcosa di accettabile”. Accettabile? Nella scuola? E se il professor Nisi non avesse la padronanza della lingua inglese, sarebbe successo come a Luca, studente di un liceo del barese, di cui racconta la professoressa Elisa Martielli: “Luca ha 17 anni, è in Italia da pochi mesi e frequenta una classe seconda. Prima del viaggio, risiedeva in Albania, dove frequentava anche lì una scuola con risultati, a suo dire, abbastanza soddisfacenti. Lui parla poco l’italiano e riferisce di avere difficoltà nel comprendere la nuova lingua, pertanto in classe spesso si estranea dal contesto, rifugiandosi nel suo cellulare, che pare rappresentare l’unico ponte con il suo mondo, quello lasciato fuori dalle mura scolastiche. I suoi interessi, infatti, sembrano essere rivolti solo all’esterno della scuola e questo si evince dalla sua scarsa partecipazione, nonostante i numerosi tentativi realizzati dai docenti”. Perché dovrebbe rispondere alle sollecitazioni? E a quali sollecitazioni, poi, se non saprebbe come interloquire con gli altri? E allora ci si arrangia con quello che Luca, da sé riesce a organizzarsi, mediante la relazione con i compagni “che è abbastanza buona, sembra aver stretto amicizia con alcuni di loro nonostante ci sia un gap di circa tre anni”. E chissà se con i suoi compagni di classe Luca parla come gli italiani all’estero. Coi gesti. Come i primitivi. Perché in una scuola dove accade questo, non si può parlare che di primitività. Di uno stato (magari anche con la lettera maiuscola) bestiale.

È quello che si dovrebbe insegnare a scuola. Non altro. La professoressa Angela Rita De Canio racconta di una sua alunna, “arrivata con un carico di aspettative, bisogni educativi e relazionali, limiti e timori. Un fardello così grande per un’adolescente che alle prime domande rivolte agli studenti per fare conoscenza, ha risposto con un pianto ininterrotto. La difficoltà era, in effetti, enorme: la comunicazione era limitata dalla scarsa conoscenza della lingua italiana. Il percorso di crescita della ragazza, del resto della classe e dei docenti insieme a loro, è stato scandito da momenti anche complessi e che si sono acuiti grazie anche a causa della didattica a cui abbiamo dovuto abituarci in seguito all’emergenza sanitaria”. Sono questi le studentesse e gli studenti che si sono dispersi, non i nostri figli. Quelli che già vivevano ghettizzati, e che non hanno trovato una parola per loro comprensibile, per riportarli in quella che sarebbe dovuta rimanere la loro casa. Quella che accoglie e integra e non tiene. Adatta e convince.

Dalla scuola San Nicola di Bari, nel borgo antico della città, l’insegnante Adalisa Colucci, insieme al preside, Giuseppe Capozza, raccontano di come “in due anni abbiamo avuto modo di conoscere ben sette famiglie arrivate nella nostra scuola da ogni parte del mondo. Ragazzini e genitori che avevano negli occhi un senso di timore (il timore di aver sbagliato ancora una volta, di aver sbagliato porta a cui chiedere aiuto per sé e per i propri familiari). I ragazzi osservano le espressioni del viso, difficilmente capiscono qualcosa ma avvertono lo stato d’animo. Quando, nel precedente anno scolastico, ormai a quadrimestre quasi concluso, arrivarono due adolescenti, un fratello e una sorella dall’Iraq, era subito parso evidente che l’accoglienza era ancora una volta la doverosa parola d’ordine. La loro storia ci aveva lasciati con un nodo alla gola: una famiglia scappata nottetempo dalle minacce di morte e da un attentato alla loro unica dimora. Rifugiati politici che chiedevano asilo nel nostro Paese e due adolescenti in cerca di un modo per proseguire, in terra chiaramente straniera, gli studi. Come li abbiamo accolti? Con un progetto sulla cura del cortile della scuola, con tutto ciò che potesse aiutarli ad aprirsi al mondo ed ai loro coetanei che parlavano una lingua incomprensibile. La matematica, il cui codice universale si applica a tutti e prescinde dalla provenienza geografica di ognuno, era il loro momento di didattica disciplinare. Non una parola in lingua italiana, poco inglese e frammentario, gesti e Google translate per comunicare. Siamo andati avanti così da marzo fino a giugno. Con alfabetizzazione affidata alla docente di potenziamento che li avrebbe condotti ad un apprendimento base della lingua italiana per affrontare gli esami di Stato”. Senza vergogna. Quella che in uno Stato simile, si dovrebbe avvertire, se non è previsto d’obbligo un insegnante preposto. Al modo di come tale diritto è garantito ai nostri figli e per almeno una dozzina di docenti, ognuno, preparato nella propria disciplina. Perché, chi insegna italiano agli stranieri, deve, necessariamente, aver fatto una preparazione diversa da chi si accontenta di prepararsi da solo, sul libro che la scuola ha acquistato, coi molti soldi dell’emergenza sanitaria affidati alle scuole, per barcamenarsi con gli studenti stranieri.

Intanto chi insegnerà a Luca, a Zebrha, a Chloe, a Zaho, come si dice al primo amico/ a, ti vuoi mettere con me? Mi dai un bacio? Vuoi essere il mio fidanzato/a? Giochiamo insieme? Tu come ti chiami? Come stai? Io meglio, perché ti comprendo e ti sento. Ma non ti sento solo con le orecchie. Guarda, tocca, forse mi sono innamorato di te. Lo sai che fra me, afghano e te italiana/o, può essere che si riesca a crescere dei figli, come noi ora. Qui, a scuola. Ci si prende cura di noi. Al modo di quel geniaccio italiano, che in inglese si inventò l’I care. Per farsi comprendere da tutti. Come maestro di Scuola.