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di Gabriella Colarusso

La Repubblica, 22 gennaio 2024

Il piano Biden per la tregua. Usa, Egitto e Qatar in campo: “Pace in 90 giorni”. Ma il premier israeliano frena. “Con me nessuno stato palestinese”. Bruxelles: “Se rifiuta l’intesa paghi conseguenze”. Benjamin Netanyahu non cambia linea, rifiuta quella che definisce la “resa” chiesta da Hamas e respinge di nuovo l’idea cardine del piano di pace americano ed europeo: la nascita di uno stato palestinese. In un discorso trasmesso in video, ieri, il premier israeliano ha ribadito che la guerra va avanti, perché “la pressione militare” è una “condizione necessaria” per raggiungere uno dei principali obiettivi del conflitto e cioè la “liberazione degli ostaggi” israeliani.

Con un accordo politico Netanyahu dovrebbe invece accettare il rilascio di una gran parte dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, come avvenuto durante la tregua di novembre, e probabilmente anche un passo indietro dal governo. Una prospettiva che vuole a tutti i costi evitare: “Hamas chiede il ritiro delle nostre forze da Gaza e il rilascio di tutti gli assassini e stupratori. Se fossimo d’accordo su questo il sacrificio dei nostri soldati sarebbe vano”, ha detto. Il gabinetto di guerra israeliano per ora procede sulla strada della guerra: le operazioni a Khan Yunis si espanderanno, ha promesso il ministro della Difesa Gallant.

Ma il bilancio del conflitto sta sta logorando il sostegno politico e internazionale intorno a Israele. Il numero dei morti ha superato i 25mila, dati diffusi dal ministero della Sanità di Gaza governato da Hamas che anche l’amministrazione Biden considera attendibili, secondo la sottosegretaria Usa Barbara Leaf sottostimati. Almeno 16mila vittime sono donne e minori, dice l’Onu. È la ragione per cui gli americani hanno intensificato il pressing diplomatico negli ultimi giorni e provano a far ripartire i negoziati.

Ieri è arrivato in Egitto l’inviato per il Medio Oriente, Brett Mcgurk, medierà con egiziani e qatarini per riportare al tavolo Israele e Hamas. Secondo il Wall Street Journal, il piano americano si articola in tre fasi durante 90 giorni e prevede l’avvio di un cessate il fuoco, il rilascio graduale di tutti gli ostaggi - prima i civili e poi i militari - in cambio di centinaia di detenuti palestinesi in Israele e di un lento ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. L’orizzonte politico che ha in mente Biden è più largo, è un “grande accordo” per il Medio Oriente che includa la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita in cambio di un percorso irreversibile per un stato palestinese e di un ruolo dell’autorità palestinese a Gaza nel post-Hamas.

Netanyahu non è pronto ad accettare un piano simile. “Finché ci sono non ci sarà uno stato palestinese, Gaza va smilitarizzata e mantenuta sotto il nostro controllo”, ha ripetuto ancora ieri sera, evocando quella formula - il controllo di Israele in tutto il territorio “a Ovest del Giordano” - che preoccupa l’amministrazione americana perché cancella ogni prospettiva dei due Stati. È un diniego che non piace neppure agli europei, allineati con Washington sulla necessità che nasca uno stato di Palestina.

Oggi a Bruxelles si riunisce il consiglio dei ministri degli Affari Esteri Ue: si discuterà della missione navale nel Mar Rosso ma anche, scrive l’Ft, della proposta agli Stati, fatta circolare dall’ufficio di Borrell, di “esporre le conseguenze che prevedono di adottare in caso di impegno o di non impegno” da parte di Israele ad accettare la creazione di uno Stato per la Palestina. Si tratta di una sorta non-paper che è stato diffuso a livello di funzionari alla vigilia del vertice e che oggi verrà presentato ai ministri ma che, secondo fonti di Repubblica, non avrà il sostegno dei 27 perché considerato da molti troppo sbilanciato.