di Nathalie Tocci
La Stampa, 30 gennaio 2024
Una milizia della Resistenza islamista in Iraq uccide tre soldati americani in una base militare della coalizione anti-Isis in Giordania, ferendone altri 34. Il presidente americano Joe Biden punta il dito contro l’Iran, in quanto sostenitore della milizia irachena, e promette una risposta. Al tempo stesso la diplomazia si intensifica nella ricerca di una via di uscita dalla guerra sanguinosa di Israele nella Striscia di Gaza. Come spiegare l’apparente schizofrenia tra deterrenza militare e diplomazia e quale delle due forze è messa meglio in questo momento? Che siamo nel vortice dell’escalation regionale è noto da tempo.
L’attacco in Giordania dell’altro giorno è il caso potenzialmente più incendiario di un botta e risposta in corso da quattro mesi: è la prima volta dall’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre che muoiono soldati americani in Medio Oriente. La milizia irachena ha colpito la base Usa in Giordania dopo che qualche settimana fa gli Stati Uniti avevano ucciso un comandante di Harakat al-Nujaba, una delle fazioni dominanti della Resistenza islamista in Iraq. Quell’uccisione, a sua volta, era stata descritta da Washington come un atto di autodifesa, alla luce dei circa 160 attacchi subiti dal 7 ottobre fino a oggi dai 3500 soldati americani di stanza in Siria, Iraq e Giordania. Dalla sua, la milizia irachena - al pari degli Houthi in Yemen e Hezbollah in Libano - giustifica e rivendica gli attacchi alla luce del sostegno americano alla guerra di Israele a Gaza, che in questi mesi ha ucciso più di 26 mila palestinesi. Dall’altra parte, la diplomazia si intensifica. I Paesi arabi lavorano a un loro piano che prevede un cessate il fuoco, il rilascio di tutti gli ostaggi e la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita nel quadro di un percorso chiaro verso la creazione di uno Stato palestinese. Gli europei vi fanno eco, con l’Alto rappresentante Josep Borrell che, dopo aver dato luce verde all’operazione navale europea nel Mar Rosso, tenta di recuperare con un piano di pace in dieci punti per Israele e Palestina. E poi c’è la diplomazia di Washington, che attraverso la mediazione del capo della Cia Bill Burns, insieme a Qatar e Egitto, tenta di traghettare verso il traguardo un cessate il fuoco prolungato e un rilascio degli ostaggi israeliani.
Che la deterrenza militare e la diplomazia coesistano è l’Abc della politica estera. Più si intensifica l’una, portando per definizione con sé anche il rischio dell’escalation militare, più deve accelerare anche l’altra. Fin qui nulla di strano. Il problema è che mentre sul fronte della deterrenza militare l’attivismo ha portato a decisioni esplicite e azioni chiare - dagli attacchi di Usa e Regno Unito in Yemen per mettere fine alla minaccia degli Houthi alle navi mercantili che transitano per lo stretto di Bab al-Mandeb, alla decisione europea di lanciare l’operazione navale nel Mar Rosso per garantire la sicurezza marittima -, sul fronte della diplomazia i risultati faticano ad arrivare. Lo scenario rimane invariato: la maggior parte degli attori in campo ripudia una guerra regionale. È emblematico sia il fatto che Teheran abbia preso le distanze dall’attacco ai soldati americani in Giordania sia che il portavoce della Casa Bianca abbia risposto assicurando che neanche gli Stati Uniti cercano una guerra con l’Iran. Biden, in poche parole, resiste alla chiamata alle armi che arriva dall’interno, come quella del senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha invocato una risposta militare che “colpisca l’Iran duramente”. Ma finché la guerra a Gaza continua e la diplomazia non si impegna per un cessate il fuoco permanente, la minaccia di una guerra regionale diventerà sempre più concreta. La guerra a Gaza rappresenta tanto la legittimazione quanto la scusa per milizie di ogni genere di gettare benzina sul fuoco della violenza. E più i Paesi occidentali nicchiano, da ultimo con l’assordante silenzio riguardo alle misure cautelari imposte a Israele dalla Corte Internazionale di giustizia (in contrasto vistoso con l’immediata sospensione degli aiuti umanitari all’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi per il sospetto, in corso di indagine, che alcuni suoi dipendenti siano stati coinvolti nell’attacco terroristico del 7 ottobre), più lo spettro di una guerra regionale si avvicina.










