sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Martina Marchiò*

La Stampa, 16 maggio 2025

La guerra cambia i lineamenti delle persone. Forse perché ne modifica lo sguardo, lo rende perso, forse un po’ più spento, rendendo gli occhi più piccoli e cerchiati. Le persone che hanno visto la guerra le riconosci dallo sguardo che qualche volta si perde e dalla capacità di tendere l’orecchio per ascoltare cosa accade lontano. Qui a Gaza le persone iniziano ad avere gli occhi cerchiati, molte si trascinano per la strada, alcune mi guardano facendo con la mano il gesto di portare qualcosa alla bocca per indicare che hanno bisogno di cibo. Spesso abbasso lo sguardo sentendomi colpevole, poi rivolgo un sorriso: “Sorry! Scusa non ho niente da darti” dico con la voce bassa. Quasi sempre la persona comprende e mi sorride. Come si fa a restare occhi negli occhi con chi ha fame e vorrebbe solo mangiare.

Nel mondo normale, quello fuori dal muro, c’è un’infinita quantità di cibo. È strano pensare che un semplice muro possa essere decisivo rispetto a chi vive e a chi muore, a chi ha la pancia piena e a chi viene affamato. La maggior parte delle cucine comunitarie ha chiuso, così come i forni. Nelle ultime due settimane nelle cliniche di Medici Senza Frontiere (MSF) a Gaza City abbiamo registrato un aumento del 32% di pazienti che soffre di malnutrizione. Che cos’è la dignità di un essere umano quando neanche i bisogni primari dell’uomo vengono rispettati? Mi sembra impossibile che questo stia accadendo nel 2025 nell’impunità più assoluta.

Sono giorni di limbo questi, che mi ricordano ciò che accadde un anno fa mentre ero nel sud della Striscia, durante la mia prima missione a Gaza con MSF, in attesa di scoprire che Rafah sarebbe stata invasa. Nell’aria c’è la stessa sensazione di ineluttabilità e false promesse, con un barlume di speranza che ci spinge ad andare avanti. Nessuno, però, ha più la forza di un anno fa, né le persone né gli ospedali, e tutti vanno avanti stanchi trascinandosi verso un futuro che si spera possa essere migliore.

Qualcuno oggi mi ha detto: “Non importa quello che accadrà, qui siamo abituati a rialzarci sempre. Lo abbiamo fatto per decenni e lo faremo ancora”. Parole di resilienza e di forza che per un istante mi hanno dato speranza. Nessuno può sapere ciò che accadrà, ci si prepara a vari scenari possibili sperando che finalmente si possa scrivere la parola fine a questo orrore che va avanti da troppo tempo.

Nella notte, dopo gli attacchi, c’è un silenzio surreale, neanche una luce negli edifici e nelle tende intorno a noi. Il silenzio fa paura, soprattutto quando viene spezzato dal boato di un’esplosione un po’ più vicina. Allora quel barlume di speranza sembra lasciarci e ci si ritrova persi. Non c’è più tempo, Gaza non ha più tempo e il mondo deve rendersene conto.

*Responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) a Gaza