di Gabriele Segre
La Stampa, 16 maggio 2025
Israele vince sul campo e perde in termini di immagine, per Hamas è il contrario. Le due parti devono capire che non possono cogliere una vittoria su ogni fronte. Che si occupi di Ucraina o attraversi il Medio Oriente, come ha fatto questa settimana, dovremmo ormai aver imparato che le promesse visionarie e le minacce altisonanti di Donald Trump vanno accolte con la massima prudenza. Non sono dichiarazioni di principio, ma l’espressione di una convinzione tanto profonda quanto carica di rischi: anche le ideologie più rigide e le identità più radicate possano essere piegate alla logica della trattativa, purché sostenuta da sufficiente pressione e determinazione.
Nel caso del conflitto tra Israele e Hamas, tuttavia, potrebbe non bastare, né a conseguire una tregua duratura, né, tanto meno, a costruire una pace. Perché ciò accada, serve un atto di coraggio estremo, che finora nessuno degli attori coinvolti si è mostrato disposto a compiere: una riflessione lucida, da entrambe le parti, su che cosa voglia dire davvero vincere - e soprattutto perdere - la guerra.
Capire cosa significhi subire una sconfitta è meno scontato che interrogarsi sulla vittoria. Tra i generali a quattro stelle circola un detto: “La guerra finisce quando le mie truppe si accampano nel tuo palazzo presidenziale”. Ma cosa accade quando quel palazzo non esiste e nessuno è disposto a firmare una resa? In quei casi, perdere non è un evento, ma ancor prima una sensazione. Non riguarda soltanto l’esito militare, ma un’erosione profonda, che scava nella società, nell’identità, nella storia. Nel drammatico quadrante del Mediterraneo sud-orientale, si può dire che, oggi, israeliani e palestinesi abbiano perso entrambi, seppur in modo diverso.
Certo, in Israele, le opinioni sulla guerra restano radicalmente divise. Per alcuni, è un fallimento strategico e politico che non giustifica l’enorme prezzo pagato in termini di dolore, vite spezzate e isolamento internazionale. Per altri, proprio quel prezzo rende impossibile fermarsi ora: occorre andare fino in fondo, per non rendere vano il sacrificio. In ogni caso, è diffusa l’idea che una parte degli obiettivi militari sia stata raggiunta: la liberazione di parte degli ostaggi, l’indebolimento di Hamas, e i colpi inferti all’asse iraniano con la riduzione della minaccia di Hezbollah in Libano e la caduta di Assad in Siria.
Tuttavia, accanto alle valutazioni sui risultati militari, si fa strada anche un’altra amara consapevolezza: Israele non ha perso solo vite umane, ma una parte essenziale di se stesso. Ai successi sul terreno corrisponde infatti una perdita simbolica e ideale: lo spirito originario del progetto sionista - basato su solidarietà, giustizia e legittimità internazionale - è stato eroso e le divisioni interne, la frattura con l’opinione pubblica globale, la solitudine politica pesano quanto una sconfitta.
Per i palestinesi, è invece la perdita materiale ad essere sotto gli occhi di tutti: una sconfitta gridata dalle macerie di Gaza, dalle case rase al suolo a Jenin, dalle decine di migliaia di morti e dalla condizione, rinnovata, di popolo profugo. Eppure, c’è chi ha considerato questa devastazione umana e materiale come il prezzo per un trionfo ideale: il rilancio di un progetto politico radicale e il ritorno della causa palestinese, a lungo dimenticata, al centro del dibattito mondiale.
Così, in un paradosso quasi speculare, Israele vince militarmente, ma sperimenta il senso della sconfitta che paralizza ogni visione di futuro in pace; Hamas perde sul campo, ma rivendica una vittoria simbolica. Gaza è stata sacrificata dal movimento islamista per dimostrare la propria forza ideale; Israele, nel tentativo di distruggerlo, ha finito per incrinare il proprio progetto fondativo. L’errore delle leadership di entrambe le parti è credere che una vittoria parziale possa tradursi in trionfo complessivo. Netanyahu e i suoi alleati pensano di ritrovare lo spirito nazionale grazie alle conquiste sul terreno. Hamas scommette che il consenso ottenuto a livello globale si tradurrà, prima o poi, in successo strategico.
Si tratta, in entrambi i casi, di illusioni. Perché vincere a metà non permette di cancellare la sconfitta. Il conflitto potrà davvero finire solo quando tutte le parti avranno il coraggio di riconoscere anche ciò che hanno perso. Ed è questo il compito cruciale a cui è chiamata la comunità internazionale - in particolare l’Europa, che ha fatto dell’elaborazione della sconfitta una parte essenziale della propria identità: far capire a tutti che questa guerra non potrà concludersi con alcuna parata della vittoria. Israele potrà davvero vincere la sua battaglia solo se saprà abbracciare la “cultura della perdita”, trovando in quella consapevolezza la forza per ricostruire i valori alla radice della sua identità politica collettiva. Dal lato palestinese, riconoscere la propria sconfitta significherà poter avviare una ricostruzione reale: delle case, delle vite, di un popolo travolto dalla storia. Viviamo però in un mondo in cui, nostro malgrado, la forza domina ancora la relazione con l’altro, e in cui essere gli unici ad aver perso equivale a un’umiliazione inaccettabile. Perché la logica della sconfitta possa avere un senso, essa non può essere unilaterale: solo se entrambe le parti, allo stesso tempo, sapranno riconoscere ciò che hanno perso, si potrà davvero sperare, un giorno, di ritrovarsi.











