di Francesca Mannocchi
La Stampa, 27 giugno 2025
Ieri mattina il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir, esponente dell’ultra destra sionista ha scritto “gli aiuti umanitari che stanno attualmente entrando a Gaza sono una vergogna assoluta. Ciò di cui c’è bisogno a Gaza non è una sospensione temporanea degli aiuti “umanitari”, ma una sospensione totale”, ha accusato Hamas di assaltare gli aiuti e controllare il cibo nella Striscia di Gaza e poi ha aggiunto: “Fermare gli aiuti ci porterà rapidamente alla vittoria”. Non era la prima volta. Il 3 marzo, a una convention del suo partito di estrema destra Otzma Yehudit aveva detto: “Il governo dovrebbe inoltre ordinare il bombardamento delle scorte di aiuti che si sono accumulate in enormi quantità a Gaza durante e prima del cessate il fuoco, insieme alla completa interruzione dell’elettricità e dell’acqua”.
È a un altro ministro di estrema destra, quello delle finanze Bezalel Smotrich che, secondo le ricostruzioni del canale israeliano Channel 12 e del quotidiano Haaretz si deve la decisione, due giorni fa, di Netanyahu di bloccare gli aiuti umanitari nella parte settentrionale di Gaza. Smotrich è lo stesso ministro che a marzo, in un discorso in cui difendeva la strategia israeliana di distruzione indiscriminata di Gaza, aveva detto che l’obiettivo della guerra era da sempre stato “conquistare, sgomberare e rimanere” finché Gaza “non sarà smantellata fino a renderla irriconoscibile” e che avrebbero consentito l’ingresso di pochissimi aiuti sono per “permettere al mondo di continuare a fornire a Israele protezione internazionale. Stiamo annientando tutto ciò che rimane nella Striscia”. Secondo i due media Smotrich avrebbe minacciato di abbandonare il governo dopo aver visto un video che mostrava individui armati sui camion degli aiuti umanitari.
Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno chiesto all’esercito di preparare un piano d’azione entro due giorni per impedire ad Hamas di prendere gli aiuti, anche se è lo stesso esercito israeliano a dire di non essere in grado di confermare se gli uomini armati sui camion siano effettivamente membri di Hamas o meno. Secondo i giornalisti palestinesi a Gaza gli uomini armati sono guardie di sicurezza che le famiglie e le tribù mandano a proteggere i camion dai saccheggiatori. Alcuni filmati e i resoconti che arrivano direttamente dalla Striscia di Gaza contraddicono le informazioni del governo israeliano.
Gennaro Giudetti, operatore umanitario da mesi a Gaza, ieri ha detto a La Stampa che, dopo una lunga attesa, pochi giorni fa sono entrati da Kisufim - al centro della Striscia - 100 pallet di medicinali, tra cui sangue e plasma in direzione di Deir el-Balah. Dai camion gli operatori umanitari urlavano alla gente affamata che incontravano sul cammino di non toccare nulla, e di non assaltare i camion perché le scatole contenevano materiale destinato agli ospedali, e infatti lungo tutto il percorso gli aiuti - pochi e largamente insufficienti ai bisogni della popolazione - non hanno mai corso il rischio di essere assaltati.
Un altro operatore umanitario, palestinese di Gaza, che lavora con una agenzia delle Nazioni Unite e chiede di parlare in forma anonima, raggiunto al telefono ieri ha detto: “Le persone assaltano i camion con i taglierini, o coi coltelli da cucina, per provare a aprire i pallett e le scatole e prendere un po’ di farina, ma non c’è un controllo unico, non c’è un solo gruppo armato a Gaza, non si può stabilire che chi ferma un camion appartenga a Hamas o sia stato istruito da Hamas per farlo. Forse dovremmo prima chiederci perché i camion vengono assaltati. E la risposta è una: per fame”.
Mercoledì l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari ha denunciato che, nonostante una parziale ripresa degli aiuti umanitari, la fame sta aumentando a Gaza. E le distribuzioni, già scarse, continuano a essere oggetto di violenza. “L’attuale volume e ritmo delle consegne rimangono palesemente insufficienti”. Al 22 giugno, i partner delle Nazioni Unite contavano solo 200.000 pasti distribuiti quotidianamente in 45 cucine collettive, rispetto a oltre un milione alla fine di aprile. Un calo dell’80 per cento in meno di due mesi. Israele continua a vietare alle organizzazioni umanitarie di effettuare autonomamente le distribuzioni, tutti i panifici supportati dalle Nazioni Unite rimangono chiusi. E gli aiuti così tanto frammentati sono più esposti al saccheggio da parte di centinaia di migliaia di persone affamate, e i numeri - diffusi quotidianamente dalle Agenzie dell’Onu - sono sempre più catastrofici. La Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (Integrated Food Security Phase Classification, Icp) a maggio ha rilevato che mezzo milione di persone a Gaza sta affrontando una fame catastrofica e che 71.000 bambini e 17.000 madri avranno bisogno di cure urgenti per malnutrizione acuta, numeri che hanno portato le Nazioni Unite a condannare martedì quella che hanno definito la “militarizzazione del cibo” da parte di Israele a Gaza, definendola un crimine di guerra, esortando i propri militari a “smettere di sparare alle persone che cercano di procurarsi cibo”.
Il conto alla rovescia degli ospedali - “Questa mattina ho chiamato il nostro staff a Gaza per sincerarmi delle condizioni energetiche degli ospedali, consapevole della crescente penuria di carburante necessario ai gruppi elettrogeni che alimentano ogni forma di assistenza vitale. La risposta che ho ricevuto è stata agghiacciante: restano solo quattro giorni di carburante, poi tutto si spegnerà” a parlare è Loris de Filippi, che è da poco uscito da Gaza dopo nove mesi con Unicef e che condivide con La Stampa le informazioni delle Nazioni Unite che quotidianamente arrivano dalla Striscia di Gaza. Un video di due giorni fa che ha condiviso mostra il reparto di neonatologia dell’ospedale al Helou: l’elettricità salta all’improvviso per mancanza di carburante e i generatori di corrente non ripartono se non dopo quaranta minuti. Blackout nella terapia intensiva neonatale che sono stati letali a una neonata che era in incubatrice con un ventilatore che ha smesso di funzionare. I medici hanno provato a rianimarla, ma non c’è stato niente da fare. Secondo gli ultimi aggiornamenti condivisi dalle organizzazioni che operano nella Striscia, al 26 giugno rimangono solo 140.000 litri di diesel nel Nord della Striscia e 272.052 litri nel Sud, sono le ultime riserve disponibili per tutti i settori essenziali: telecomunicazioni, distribuzione idrica, alimentazione e, soprattutto, sanità. Significa che, se non entra altro carburante, il quattro giorni smetteranno di funzionare le incubatrici, i respiratori, le pompe per l’ossigeno e che le ambulanze che devono trasportare i feriti negli ospedali resteranno ferme.











