di Simona Musco
Il Dubbio, 8 novembre 2023
Il rapporto della relatrice speciale dell’Onu sulla condizione dei minori nei Territori. Per definirli è necessario coniare nuovi termini. Perché nulla nella tragedia dei bambini palestinesi può essere riconducibile alla normalità, compresa quella che può essere rintracciata nei vocabolari. Si chiamano bambini senza infanzia, “unchild”, come li ha definiti Nadera Shalhoub- Kevorkian, criminologa e specialista in diritti umani e diritti delle donne. Bambini che, dal 1967 ad oggi - senza contare l’ultimo mese di conflitto - sono stati privati di tutto. Delle circa 10mila vittime contate a Gaza negli ultimi 30 giorni, la metà sono minori. Un cimitero di bambini, ha tuonato con dolore il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Ma la morte, le mutilazioni, i traumi e gli abusi non sono una novità in quella striscia di terra contesa e disperata. E sulla non-vita di quei bambini ha acceso i riflettori il rapporto stilato dalla Relatrice Speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, l’avvocata Francesca Albanese.
Dal 2008 al 6 ottobre 2023, stando al rapporto, 1434 bambini palestinesi sono stati uccisi, 1025 nella sola Gaza, e 32.175 sono stati feriti, principalmente per mano dell’esercito israeliano. Nello stesso periodo, 25 bambini israeliani sono stati uccisi, per lo più da palestinesi, e 524 feriti. I bambini, d’altronde, rappresentano la metà della popolazione palestinese (il 30 percento non raggiunge i 15 anni) e a loro Israele dovrebbe garantire protezione, nel rispetto delle convenzioni internazionali a cui aderisce, compresa la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Ma “ogni anno le forze israeliane uccidono, mutilano, rendono orfani e detengono centinaia di bambini di tutte le età”, in quella che è definita “una prigione a cielo aperto”. Per la relatrice, siamo davanti a una violazione del diritto internazionale: oltre ad essere negato il diritto alla terra, ai mezzi di sostentamento, alla casa, alle cure e all’istruzione, ai bambini - spesso sottoposti ad arresto e detenzione a prescindere dalla loro età è negato letteralmente il futuro. Con la conseguenza di un aumento esponenziale del rischio di radicalizzazione.
“Siamo meno umani?” è la domanda straziante che i bambini pongono agli osservatori internazionali. E il contesto è spiegato bene dalle dichiarazioni degli stessi militari israeliani: “Non ricordo bambini - ha dichiarato un ex soldato -. Quando indossi la tua uniforme siamo noi e loro”. Una narrazione che ha un impatto forte anche sui bambini israeliani, educati alla paura e all’odio. Israele ha ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia nel 1991, la Palestina lo ha fatto nel 2014. Una firma che impone l’obbligo di “proteggere e realizzare i diritti dei bambini”. Ciononostante, le violazioni dei diritti dei bambini nei territori occupati “sono state ampiamente documentate”, soprattutto dall’Unicef, cui la relazione rimanda, che parla di “bambini in detenzione militare israeliana”. Una “violenza strutturale” che si basa su un approccio “disumanizzante”. Per le forze israeliane si tratta di “autodifesa” e la morte dei bambini “uccisi accidentalmente” sarebbe “irrilevante”, come affermato su Twitter da Mauriche Hirch, uno dei tenenti dell’occupazione israeliana. Che ha preso di mira ospedali, ambulanze, aree residenziali - spesso colpite di notte -, azioni che violano il diritto internazionale. Diritto violato dagli stessi palestinesi, il cui utilizzo di razzi rudimentali nella controffensiva può costituire “crimine di guerra”. Di mezzo ci sono sempre i bambini, secondo cui la vita è un lutto costante: “Anche quando si sopravvive - afferma uno di loro - la vita diventa insopportabile”. Una costante attesa della morte, tant’è che i bambini palestinesi in Cisgiordania hanno iniziato a portare in tasca lettere d’addio, come documentato da New Arab.
Se non sono la morte e le mutilazioni a distruggere l’infanzia, lo sono gli arresti arbitrari. Dal 2000 ad oggi, sono circa 13mila i bambini palestinesi detenuti, interrogati, processati e imprigionati, senza nemmeno la possibilità Hamas e tenta di giocare ancora la carta di una mediazione sia pure di parte. La visita di Blinken ha avuto probabilmente lo scopo di raffreddare gli animi e tentare forse di costruire una possibilità di dialogo, per interposta persona, con l’Iran, l’altro attore di questa tragedia. In questo senso è bene tenere conto degli incontri tra i massimi esponenti politici turchi e il regime degli Ayatollah ma soprattutto della misura del discorso di Nasrallah, capo di Hezbollah (creatura di Teheran), pochi giorni fa a Beirut, nel quale si è potuta leggere una volontà iraniana di non intervenire (magari attraverso il partito di Dio) per non scontrarsi con gli americani che a quel punto sarebbero costretti a una guerra con poche vie d’uscita. Blinken sta tentando un’operazione difficilissima che però le parole di Netanyahu possono mettere in crisi. Una presenza sine die degli israeliani a Gaza contrasta infatti con la disponibilità dell ANP di assumere l’amministrazione della Striscia a guerra finita, come detto da Abu Mazen proprio a Blinken. Già questa di per sé non sembra un’opzione solidissima ma è chiaramente il segnale che gli Usa si oppongono a qualsiasi mossa completamente autonoma di Israele.










