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di Massimiliano Sfregola

Il Manifesto, 11 ottobre 2025

Nessuna corsia preferenziale e nessun trattamento di favore: i tre cittadini israeliani arrestati insieme agli altri attivisti della Freedom Flotilla martedì scorso stanno sperimentando sulla loro pelle come, quando si parla di Gaza, non esista alcun privilegio di passaporto. “Sono ancora in detenzione perché rifiutano di firmare un documento in cui riconoscono l’ingresso illegale in una zona militare”, spiega Hadeel Abu Salih, avvocata palestinese-israeliana dell’associazione Adalah, che li rappresenta in tribunale. “Ma loro non sono entrati in alcuna zona militare: l’Idf ha sequestrato tutti in acque internazionali e li ha trasportati illegalmente in Israele insieme agli altri”. Se avessero firmato, hanno fatto sapere le autorità portuali, la situazione si sarebbe chiusa con una semplice denuncia e la scarcerazione immediata.

Zohar Regev, ebrea israeliana, e Huwaida Arraf, palestinese-israeliana e avvocata della seconda Flotilla, non si piegano. Dopo l’udienza di ieri davanti alla corte di Ashkelon che ha esteso la detenzione, le due hanno iniziato uno sciopero della fame. Nel loro caso “non è stata la polizia ma l’esercito a trattarle con particolare durezza”, aggiunge Abu Salih. “Se per gli stranieri era un problema da risolvere in fretta, con loro l’esercito ha voluto fare una questione di principio”. Arraf, palestinese-israeliana, non parla ebraico, precisa l’avvocata, mentre Regev, che possiede anche un passaporto tedesco, è madrelingua. A differenza degli altri detenuti, le due attiviste e Omer Sharir, i tre israeliani della seconda Flotilla, non sono stati incriminati per ingresso illegale. Tuttavia, secondo l’avvocata che li assiste, il procedimento ha assunto una chiara connotazione politica: “La corte sta contraddicendo precedenti consolidati sulle Flotille, che consideravamo ormai assodati. Questa detenzione prolungata rappresenta una grave regressione”, afferma Abu Salih.

Sharir, spiega l’avvocata, ha deciso di chiudere la questione firmando il documento, ma anche la sua detenzione è stata segnata da abusi: “È stato trasferito a Tel Aviv e incarcerato in una prigione locale, dove racconta di aver subito minacce di morte per il suo attivismo in difesa dei diritti dei palestinesi”, conclude.

Il prossimo appuntamento in tribunale è domenica ma al momento rimane incerto l’esito della prossima udienza: “A questo punto è difficile prevedere cosa stabilirà il tribunale dopo aver imposto addirittura un divieto di ingresso a Gaza per 45 giorni”, riprende l’avvocata.

Non è chiaro se allo scadere dei 45 giorni, sulla base del pronunciamento, diventi lecito o meno per un cittadino israeliano entrare nella Striscia. L’unica cosa certa per ora è che il sostegno nel paese ai tre israeliani è inesistente, sottolinea l’avvocata, mentre dall’estero fioccano comunicati e appelli per chiederne la scarcerazione.