di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 28 ottobre 2023
È arrivato il momento di ritrovare la pietà perduta, mentre i carri armati israeliani entrano a Gaza e la catastrofe attesa in questi giorni drammatici seguiti al massacro del 7 ottobre rischia di materializzarsi in uno scenario al quale il mondo non avrebbe voluto assistere. Mentre nuove vittime innocenti si aggiungono alla spirale della distruzione, la memoria fa riaffiorare le parole del franco-israeliano Ofer Bronchtein, già collaboratore di Yitzhak Rabin, contenute in una lettera ad un amico palestinese pubblicata da Le Monde: “La collera che evochi di fronte alla situazione del tuo popolo è legittima. Ma il tuo silenzio di fronte al dolore del mio è insopportabile”.
Bisogna adesso sconfiggere ogni silenzio. Quanto è avvenuto nei kibbutz ai confini di Gaza e al rave party di Reim - che è all’origine di quello che sta accadendo in queste ore - è stato accompagnato spesso da un allarmante deficit di solidarietà: un deficit di solidarietà e (di empatia) che è venuto prima, si potrebbe dire, della condanna per le troppe vittime innocenti provocate dalla reazione dello Stato ebraico e che la denuncia per le bombe israeliane sui civili palestinesi sta via via cancellando ulteriormente, laddove esisteva, in una perversa classifica di gravità dell’orrore.
Il pogrom antiebraico di Hamas non ha fatto riflettere su una involuzione terribile - alla quale ha contribuito la linea oltranzista di molti governi israeliani e la scelta di delegittimare l’Autorità nazionale Palestinese - che in tanti hanno deciso di non vedere. L’attacco terroristico che ha fatto rivivere la barbarie dell’Olocausto non ha guarito la cecità, o nel migliore dei casi lo strabismo, di chi non si è reso conto che la causa nazionale palestinese non esiste più nei termini che l’avevano fatta diventare la bandiera universale dei diritti negati, primo fra tutti quello di avere una patria. Se ne è impossessata - anche al di là dei sentimenti di una popolazione ingannata, radicalizzata dalla miseria - un partito terrorista, votato soltanto all’eliminazione degli uomini, delle donne e dei bambini che dovrebbero convivere nella stessa terra. Un’organizzazione capace - come scrive il filosofo francese Jacob Rogozinski - “di impossessarsi della collera, della rivolta legittima contro l’oppressore, per trasformarla in odio”. E l’odio non porta mai con sé soluzioni ma solo sangue.
Forse è esagerato dire, come fa lo scrittore algerino Kamel Daoud, che la causa palestinese “scivola verso il senso sbagliato della Storia” e che “ciò che aveva rappresentato un dossier di decolonizzazione appare attualmente come una questione di messianismo religioso”. Ma è un dato di fatto che l’islamismo radicale di Hamas non solo ha pilotato la società palestinese verso una direzione oscurantista - che non può essere mai accantonata quando ci si esercita nel distribuire torti e ragioni, e che spesso viene rimossa inspiegabilmente e pericolosamente - ma ha alimentato la febbre del fanatismo come “sostituzione” alla prospettiva della possibile convivenza. È obbligatorio citare ancora una volta Amos Oz, convinto che anche ad una banda di “fanatici assetati di sangue”, come i rappresentanti dell’Islam violento, sia necessario “contrapporre un’idea”. E proprio le idee sono mancate in questi anni. Tutti hanno preferito invece assurdamente sperare nello scorrere del tempo.
Insomma, una visione “nostalgica” della questione palestinese continua a dominare questa epoca di errori. È cambiato tutto da quando Yasser Arafat nel 1974 brandiva il mitragliatore e il ramoscello d’olivo alle Nazioni Unite, da quando alla conferenza di pace di Madrid del 1991 l’Olp veniva tenuta dietro le quinte mentre Siria e Israele si scambiavano insulti teatrali. Ci sono state ondate di attentati kamikaze, che intellettuali palestinesi come Edward Said o Rashid Khalidi condannavano già alla fine degli anni Settanta, ci sono stati aspri combattimenti tra fazioni diverse, ma gli slogan sono sempre gli stessi. Il conflitto israelo-palestinese è diventato anche uno scontro tra due torti e gli abitanti della Cisgiordania e di Gaza - vittime di quella che il segretario generale dell’Onu António Guterres ha chiamato una “soffocante occupazione”, usati come scudi umani da Hamas che si serve degli aiuti internazionale per fabbricare morte, dimenticati dai Paesi arabi, avvelenati dall’Iran, traditi dalla corruzione della cricca dell’inamovibile ottantasettenne Abu Mazen - scatenano il senso di colpa dell’Occidente e sono diventati sempre più gli eroi del nuovo estremismo anticoloniale che spesso si esprime con intollerabili toni antisemiti.
Oggi, con l’ascesa di Hamas e del suo spietato governo della Striscia, è difficile impiegare senza porsi alcuni interrogativi il termine “resistenza”, pur evitando di compiere lo sbaglio di ritenere che la società palestinese sia rappresentata dal partito-movimento terrorista finanziato dal Qatar. Resistere ad un nemico implica la volontà di costruire un’alternativa allo stato di cose esistente. “Lo Statuto di Hamas del 1988, tutt’ora in vigore, prevede - sottolinea ancora Rogozinski - che gli israeliani debbano essere combattuti in modo implacabile non solo perché occupano la Palestina, ma perché sono ebrei”. La guerra santa, in definitiva, deve condurre all’annientamento dell’avversario.
È questa una delle tante ragioni - senza dimenticare le altre, profonde, consolidatesi negli anni dall’altra parte - che hanno reso sempre meno praticabile l’idea dei due Stati, un’idea che ora potrebbe risorgere in qualche modo dal buio di questa catastrofe. A chi sostiene la “lotta anticoloniale” (ma l’African National Congress di Nelson Mandela parlava di “moralità rivoluzionaria” che impediva di uccidere gli innocenti), Peter Beinart ha ricordato che al contrario dei francesi in Algeria, “gli ebrei israeliani non hanno un paese natale in cui ritornare, perché sono già a casa”. Si tratterà di dividere questa casa con i palestinesi.










