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di Giordano Stabile

La Stampa, 6 agosto 2025

Dal capo dell’Idf Zamir al presidente della Corte Suprema Amit, è folta la schiera dei difensori dell’equilibrio democratico contro i poteri accentrati e i sogni di Grande Israele. Militari duri come l’ossidiana ma che non condividono i sogni messianici di Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati oltranzisti. Capi dei Servizi capaci di eliminare i nemici di Israele fino in capo al mondo, spaventati però dall’accentramento dei poteri nelle mani del premier. Giudici convinti di essere l’ultimo baluardo di uno Stato ebraico democratico, laico e in grado di trovare una pace equilibrata in convivenza con i vicini arabi. È questa la fronda interna che deve affrontare “King Bibi”, deciso a lasciare una memoria gloriosa come Re Salomone. È un sogno che risale al suo debutto in politica. Il suo slogan era già, prima di battere a sorpresa Shimon Peres nelle elezioni del 1996, “Dal fiume al mare”.

Il più temibile: il generale Eyal Zamir - Sì, la Grande Israele allargata a tutti i Territori occupati. Uno slogan poi rubato dai suoi più acerrimi nemici, i militanti di Hamas. Il percorso verso l’alleanza con i partiti religiosi sionisti era quindi nel destino, anche se è arrivato dopo innumerevoli sfide nelle urne, perse, vinte e pareggiate. Ora, con l’appoggio di Donald Trump, l’annessione, parziale o totale, di Cisgiordania e Striscia di Gaza è a portata di mano. Ed è proprio per questo che lo scontro interno è ai massimi livelli.

L’avversario più temibile è il capo delle Forze armate, il generale Eyal Zamir, alla guida dell’Idf dal marzo di quest’anno. L’uomo che deve dare il colpo finale ad Hamas e trovare gli ostaggi, vivi o morti, ma che non è convinto dei piani di occupazione della Striscia. Eyal Zamir, nonni yemeniti e siriani, è più vicino alla mentalità dei “sabra”, gli ebrei sefarditi nati nella Palestina del Mandato britannico, prima che sorgesse Israele. Un soldato che combatte i palestinesi ma è anche pronto a conviverci. Che conosce da decenni l’orrore delle battaglie urbane, da quando nel 2002 ha guidato le operazioni a Jenin, l’assedio che costò la vita a 23 soldati. Non è certo un moderato, e già nel 2007 evocava “punizioni collettive” nei confronti di popolazioni che sostenevano i “terroristi”.

Ma è molto più pragmatico. Non crede nella possibilità di un regime change nello Yemen o in Iran, anche se ha guidato la micidiale campagna aerea nella guerra dei 13 giorni. Ed è contrario al piano di “città umanitaria”, il mega campo profughi a Rafah dove concentrare gran parte della popolazione di Gaza, voluto dal ministro della Difesa Israel Katz.

Un piano “irrealizzabile” con “più buchi di un formaggio svizzero”, ha urlato a una riunione del Gabinetto di sicurezza. In faccia a Katz e in faccia a Netanyahu. La “città umanitaria” è il preludio di un’espulsione di massa chiesta dai due leader ultrà Itamar Ben Gvir e Benazel Smotrich. Un’idea che non piace ai nazionalisti vecchio stampo, preoccupati dal cambio di sentiment nelle opinioni pubbliche occidentali.

Il capo dello Shin Bet definito “bugiardo” - Con piani che assomigliano alla pulizia etnica si era già espresso in maniera riservata Ronen Bar, il capo dei Servizi interni, lo Shin Bet. Netanyahu lo ha messo in cima alla lista degli avversari da eliminare. Lo scontro è diventato incandescente quando Bar, già in posizione precaria per il fallimento dello Shin Bet nel prevedere il 7 ottobre, ha testimoniato davanti alla Corte suprema e accusato il premier di averlo incaricato di indagare in segretezza i cittadini che protestavano in piazza contro la riforma della Giustizia. Bibi lo ha battezzato il “bugiardo” e licenziato. Ma la stessa Corte suprema ha sospeso il provvedimento. Lo stesso destino è toccato alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara, che si è opposta al tentativo di riforma giudiziaria e ha chiesto l’apertura di un’indagine sulla moglie del premier. Baharav-Miara è la prima donna a ricoprire quell’incarico. Anche lei è stata silurata dal premier e salvata dalla Corte suprema. È figlia di un fondatore di Israele, Emmanuel Baharav, combattente nelle forze speciali del Palmach, una delle formazioni militari pre 1948. Difficile accusarla di disfattismo. E infatti il governo le imputa un “tentato golpe giudiziario”, perché si oppone all’azione dell’esecutivo. Che lei giudica anticostituzionale.

Il presidente della Corte suprema “da boicottare” - Tutto porta all’ultimo snodo. Il presidente della Corte suprema Isaac Amit. Anche lui è al vertice da pochi mesi, e si trova di fronte alla più grave crisi istituzionale nella storia dello Stato ebraico. Il ministro della Giustizia, Yariv Levin, ha ordinato di “boicottarlo”. Per il governo la sua nomina è “illegittima” e da questo scranno traballate Amit avrà l’ultima parola su una riforma che punta a limitare l’autonomia della magistratura. Netanyahu, sul fronte interno come a Gaza, ha deciso di “spianare tutto”. Ma deve guardarsi anche dagli amici. Ha già perso l’appoggio del leader di United Torah Judaism, Yitzhak Goldknopf, mentre il partito sefardita Shas è sull’uscio. Il nodo è l’esenzione degli studenti delle yeshiva dal servizio militare. La destra religiosa è divisa.

Ci sono quelli che vogliono solo studiare la Torah e quelli che vogliono battersi per la Grande Israele, anzi grandissima. Combattenti del battaglione ultra ortodosso Netzah Yehuda hanno sulla divisa le patch con una mappa che va dal Nilo all’Eufrate, mostrata in pubblico dallo stesso Smotrich. Alla fine, King Bibi può ritenersi un centrista moderato con la sua idea di occupare tutta Gaza.