di Letizia Tortello
La Stampa, 16 ottobre 2025
Il giornalista israeliano: “Il piano Trump ha molte falle, non dice chi governa Gaza. Irrealistici i due Stati, l’unica via per i palestinesi è la pressione internazionale”. “Vorrei poter dire che ci sarà uno Stato palestinese, ma non credo. Abbiamo perso quel treno. Con 700 mila coloni in Cisgiordania - persone violente, politicamente molto forti - non vedo alcun governo israeliano disposto a sgomberarli. L’unica soluzione è parlare di “democrazia dal fiume al mare”.
Una persona, un voto. Di fatto, da 50 anni esiste uno Stato unico, ma metà delle persone che vivono sotto controllo israeliano non hanno cittadinanza. È inaccettabile. Cosa pensiamo che faranno i bimbi di Gaza quando saranno grandi?”. Gideon Levy, giornalista israeliano, editorialista di Haaretz è una delle voci più critiche del governo Netanyahu. Oggi, sarà uno dei protagonisti del summit Med-Dialoghi Mediterranei, organizzato da Ispi e Ministero degli Esteri.
A cinque giorni dall’accordo di pace di Sharm el-Sheik, la tregua sembra estremamente fragile. A Gaza si muore, ancora. Si sparano palestinesi con palestinesi, l’Idf ha ucciso diversi gazawi, perché avrebbero violato i confini. Crede che l’accordo reggerà?
“Non sono preoccupato. All’inizio di ogni tregua ci sono sempre violazioni. Ma è nell’interesse di tutti fermare la guerra. E penso che sia finita, o stia finendo. E questa è una notizia straordinaria, perché il genocidio si ferma. Se non si fosse fermata ora, sarebbero morte centinaia di altre persone, gli ostaggi non sarebbero stati liberati, lo stesso per i prigionieri palestinesi. Quindi, al momento, non ho dubbi che il cessate il fuoco sarà mantenuto. La domanda riguarda il lungo periodo. Lì sono scettico”.
Quali sono i rischi concreti?
“Siamo in un momento particolare e non dobbiamo sprecarlo. Ma il piano ha molte falle, molte ambiguità. Non c’è un calendario. Non ci sono risposte precise alla domanda principale: chi governerà Gaza? Gaza è un luogo molto complesso. Ora è invivibile. Un consiglio di 15 tecnocrati con Tony Blair non potrà salvarla. Serve molto di più. La domanda è: quanto saranno seri Trump e gli altri Paesi nell’attuare il piano?”.
Non crede nelle intenzioni di Trump?
“Una cosa andare a Sharm per una conferenza e una foto opportunity; un’altra è iniziare a lavorare, perché ci saranno enormi difficoltà. E il fatto che Netanyahu non si sia presentato in Egitto non è un buon inizio”.
Israele vuole la pace?
“In Israele esiste solo Netanyahu, nel bene e nel male. E temo che il suo governo non sia disposto a cambiare mentalità. Voglio dire, dovrebbe cambiarla completamente. Non credo che possa accadere”.
Cosa succederà nelle prossime settimane?
“Spero nulla di catastrofico. Spero una sola cosa: che si cominci a ricostruire Gaza. Questa è ora, più di ogni altra cosa, la priorità, politica e umanitaria. Insieme alla rimozione delle macerie. Io penso, prima di tutto, alle persone di Gaza, le principali vittime di questa guerra, che hanno bisogno di aiuto urgente: sostegno medico, ricostruzione degli ospedali. Se ciò accadrà, forse potrà nascere una nuova atmosfera. Ma dirle che siamo sulla strada per la pace, no”.
Hamas, secondo lei, vuole la pace?
“Non ci sono partner per la pace. Israele oggi non è un partner per la pace. E non sono nemmeno sicuro che Hamas lo sia. Hamas è ancora lì. Dobbiamo renderci conto che Hamas sta ancora governando Gaza. Spero che verrà sostituita, ma non sono sicuro che accadrà. Dunque, con spirito di realismo, spero che Hamas collabori prima di tutto alla ricostruzione, finché non ci sarà un’altra autorità. I Paesi arabi invieranno truppe? Non lo so. Ho visto oggi che la Turchia sta mandando 81 operatori umanitari: positivo, ma sono gocce nel mare. Abbiamo bisogno di un organismo che sia responsabile di Gaza e partecipi al prossimo governo della Striscia”.
Insisto, ci perdoni. Crede davvero che Hamas possa partecipare al governo di Gaza?
“L’alternativa, ben peggiore, è che potremmo trovarci di fronte all’anarchia. Gaza può trasformarsi molto rapidamente in una Somalia, se il mondo non terrà gli occhi puntati. Questo sarebbe il peggio. Quanto alle sue capacità di trasformarsi in un soggetto di mediazione politica, non lo so davvero. Né so le sue intenzioni. Tutti vogliono altri, nessuno sa dire chi. Per ora, Hamas è l’unico potere a Gaza”.
Ha visto i video delle esecuzioni sommarie? Una “polizia” jihadista e brutale...
“Sono terribili. E sono un segnale molto preoccupante. Io desidererei che l’Autorità Palestinese intervenisse, ma non la vedo pronta. L’Anp è la migliore alternativa ad Hamas, insieme a Hamas, non contro Hamas. Non illudiamoci: Hamas resterà lì politicamente. Israele ha cercato per due anni di eliminarla, e non ci è riuscita. Hamas farà parte di qualsiasi cosa ci sarà. Ma dovrebbe farlo sotto l’ombrello dell’Anp”.
La maggior parte dei gazawi la sosterebbe ancora?
“Non credo. Hamas è forte fuori Gaza. Dentro Gaza, la gente ne ha soprattutto paura. Non sono sicuro che vincerebbe, se ci fossero elezioni libere, ma a Gaza non c’è libertà. Perché Hamas per molti ha portato a questi due anni terribili. Ovviamente insieme a Israele. In Cisgiordania, invece, e nel mondo arabo, è ancora vista come “resistenza”, mentre l’Anp collabora con Israele.
Crede a un disarmo dei miliziani?
“Disarmarli completamente non è realistico. Tutti questi slogan lanciati in aria - “disarmeremo Hamas” - non hanno senso. Israele è lì da due anni, con uno degli eserciti più potenti del mondo, e Hamas continua a uccidere in modo barbaro”.
Ha scritto un editoriale durissimo: passeranno generazioni prima che i gazawi dimenticheranno. Si rischiano altri 7 ottobre, il ritorno del terrorismo?
“Netanyahu non ha mai creduto in alcuna forma di accordo con i palestinesi. Crede che Israele debba vivere con la spada, solo grazie alla propria forza militare. Ha fatto tutto il possibile - e ci è riuscito - per distruggere la soluzione dei due Stati. Ha fatto di tutto, ed è riuscito, a distruggere l’Autorità nazionale palestinese. Ora non può essere un partner, perché non ci crede. E non sono neanche sicuro che le alternative a Netanyahu sarebbero diverse. Se continueranno a pensare che si possa ottenere tutto con la forza, significherà che non abbiamo imparato nulla dal 7 ottobre. E non ci sarà soluzione”.
Quindi non c’è via d’uscita?
“Serve la pressione della comunità internazionale. Soprattutto degli Usa, ma non solo. Dobbiamo togliere i palestinesi dalle mani degli israeliani. È molto chiaro. È compito della comunità internazionale occuparsene. Non possono continuare a vivere per sempre sotto il controllo israeliano. Sappiamo cosa significa: Apartheid. E ha significato genocidio”.
Lei è uno dei pochissimi israeliani che usa la parola genocidio per quel che è accaduto a Gaza...
“La Corte Internazionale di Giustizia non ha ancora emesso una sentenza. Quindi dobbiamo aspettare: “genocidio” è anche un termine legale. Ma alcuni mesi fa, mi sono reso conto che Israele aveva un piano: rendere Gaza invivibile, spingere la popolazione a Sud e offrirle due sole opzioni: restare in un campo o lasciare la Striscia di Gaza. Allora è diventato chiaro che si trattava di pulizia etnica”.
La storia del popolo ebraico rende il termine “genocidio” irricevibile per molti. Tocca ferite incolmabili, l’orrore nazista che il mondo ha condannato dopo la II Guerra...
“Capisco coloro che si irritano, per la storia del popolo ebraico. Ma c’era un’intenzione, non ci sono dubbi. Penso che il mondo rimarrà sconvolto, molto presto, quando la Striscia sarà riaperta ai giornalisti internazionali. Ci vuole pressione per riaprirla ora”.
Ci sono report di soldati di guardia il 7 ottobre, che raccontano le falle nel sistema di sicurezza dell’Idf. Com’è potuto accadere?
“Ci vorrà un’inchiesta, ma non c’è dubbio che sia stato un fiasco totale. Il fatto che Netanyahu sia ancora al potere due anni dopo è inconcepibile. Nesun altro Paese al mondo l’avrebbe tollerato”.
Come sta Israele?
“È fortemente scossa. Ci sono state proteste impressionanti. Ora, euforia. Ci si dimentica che 2 milioni di persone stanno scavando per trovare i morti e sopravvivere. Mi dispiace molto che Israele sia così cieca di fronte alla sofferenza dell’altro”.











