sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Rossella Tercatin

La Repubblica, 6 luglio 2022

L’esame balistico non ha stabilito se il colpo sia stato esploso dall’arma di un soldato israeliano oppure no. “Chiediamo al governo degli Stati Uniti di mantenere la sua credibilità e di dichiarare Israele pienamente responsabile del crimine”, commenta il portavoce del presidente dell’Anp.

Nessuna certezza. Anche l’esame balistico del proiettile che ha ucciso la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh non ha consentito di stabilire se il colpo sia stato esploso dall’arma di un soldato israeliano oppure no.

Troppo danneggiata la pallottola secondo il Dipartimento di Stato americano, una posizione che ha suscitato l’ira dei palestinesi alla vigilia dalla visita nella regione del presidente Usa Joe Biden il 13 luglio. Abu Akleh è morta lo scorso maggio durante uno scontro tra militari dell’Idf e miliziani palestinesi a Jenin. Sin dall’inizio testimoni e Autorità nazionale palestinese hanno accusato gli israeliani non solo di aver colpito Abu Akleh ma anche di averla presa di mira di proposito. Dal canto suo Gerusalemme ha respinto con forza le accuse che i soldati potessero aver ucciso la giornalista intenzionalmente, ma ha ammesso che a esplodere il colpo potrebbe essere stato uno di loro.

Solo una via - si pensava - avrebbe potuto stabilire con sicurezza l’accaduto, il confronto fra l’arma sospetta e il proiettile. Quest’ultimo, nelle mani dell’Anp, che per settimane si è rifiutata di consegnare il reperto a Israele o agli Usa. Nell’ultimo periodo però gli americani hanno alzato la pressione perché Ramallah cedesse, sperando di archiviare il caso prima dell’arrivo di Biden. Il nulla di fatto ha invece riacceso l’indignazione dei palestinesi verso l’accaduto e anche verso Washington.

“Chiediamo al governo degli Stati Uniti di mantenere la sua credibilità e di dichiarare Israele pienamente responsabile del crimine della morte di Shireen Abu Akleh”, commenta Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente dell’Anp Abu Mazen. E il procuratore generale Akram al-Khatib definisce le conclusioni raggiunte “inaccettabili”, sottolineando che “il proiettile è in condizioni tali da poter essere esaminato” e accusando gli Usa di un atteggiamento “timido”.

Una rabbia, quella dei vertici palestinesi ma anche della popolazione - Abu Akleh era un volto popolarissimo - che rischia di gettare un’ombra sulla visita di Biden in Medio Oriente (oltre che a Gerusalemme e Ramallah, il presidente si recherà anche in Arabia Saudita). Sullo sfondo del viaggio, l’obiettivo dichiarato di “integrare ulteriormente Israele nella regione”, anche tramite il rafforzamento degli Accordi di Abramo. Cui i palestinesi continuano ad opporsi.