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di Davide Frattini

Corriere della Sera, 30 ottobre 2023

Sono 5.200, tra loro 333 donne e 170 minori. Un altro migliaio dal 7 ottobre. Barghouti e Zubeidi i leader. La proposta del numero uno di Hamas a Gaza: uno scambio coi 239 ostaggi. Le foto degli ostaggi stanno attaccate in fila sul cavalcavia davanti al Pentagono israeliano. Il nome, l’età, il luogo dove sono stati rapiti dai terroristi. Anche il loro destino è sospeso sopra un ponte, quello dei negoziati che i famigliari israeliani pretendono vengano portati avanti a costo di un cessate il fuoco.

Le speranze sono state scosse dall’allargamento dell’incursione via terra. Sotto alla sabbia della Striscia su cui si muovono i cingolati - è l’ipotesi dell’intelligence, è la certezza di chi non dorme per gli amati - sono tenuti i 239 prigionieri, quelli finora identificati. I parenti ieri hanno criticato Gal Hirsch, nominato dal premier Benjamin Netanyahu per coordinare gli sforzi: “Non vogliamo sentirci dire di rilasciare interviste alle tv internazionali, vogliamo informazioni sui nostri cari”.

Hamas dice di ignorare quanti siano in totale, tanti gli stranieri. Da Gaza è emerso un comunicato di Yahya Sinwar: il capo offre la liberazione dei sequestrati in cambio del rilascio dei palestinesi incarcerati. I portavoce jihadisti mantengono l’ambiguità su quale sarebbe la sorte dei soldati catturati. Soprattutto il testo “firmato” da Sinwar è in contraddizione con i proclami di Ismail Haniyeh , leader all’estero: “La questione non sarà aperta fino alla fine della battaglia”.

Il Qatar - sponsor e sostenitore di Hamas - ha agito da negoziatore e sostiene che l’ingresso delle truppe complica le trattative, gli strateghi israeliani sono convinti dell’opposto: l’avanzata mette pressione, vogliono essere loro a dettare i tempi invece che restare appesi alla tattica del rilascio lento, Hamas ha liberato quattro donne in due fasi.

I detenuti sono per tutti i palestinesi - a Gaza o in Cisgiordania - il simbolo più rispettato della lotta. La maggior parte ha un parente, un amico, un conoscente che sia passato dalle celle israeliane. Tutti riconoscono il volto di Marwan Barghouti, condannato a 5 ergastoli per terrorismo, che considerano “il Nelson Mandela arabo”, accreditato da qualche governo occidentale come un successore al presidente Abu Mazen. E pure da Ehud Olmert: allora primo ministro israeliano, sarebbe stato pronto a rilasciarlo perché partecipasse a elezioni mai tenute.

E tutti sanno che la faccia coperta di granelli di pepe al tritolo appartiene a Zakaria Zubeidi, che alla fine della seconda intifada aveva rinunciato al fucile M16 in cambio dell’amnistia, accordo poi revocato. Boss del Fatah di Arafat a Jenin, nord Cisgiordania, porta addosso l’esplosivo che gli si è conficcato nella pelle: una bomba esplose mentre la stava costruendo. Rimesso in prigione nel 2019, evaso, ripreso.

In totale sono 5.200 - secondo i dati dell’associazione palestinese Addameer - tra loro 170 minori, 333 donne, 22 in galera da prima degli accordi Oslo (1994), 559 condannati a uno o più ergastoli. In 1.264 sono sottoposti a detenzione amministrativa, la misura che permette ai servizi segreti di prolungare l’arresto per “ragioni di sicurezza” indicate al giudice senza formulare un’accusa e senza un avvocato difensore. I numeri sono fermi a fine settembre. Dopo la mattanza del 7 ottobre, l’esercito ha eseguito oltre mille arresti in Cisgiordania, tra loro parlamentari di Hamas come Aziz Dweik. In centri di reclusione sono ammassati anche 4 mila lavoratori palestinesi che si trovavano in Israele all’inizio della guerra, non sono accusati di reati e le associazioni per i diritti umani israeliane hanno presentato una petizione per la loro liberazione e per migliorare le condizioni “disumane” in cui sono tenuti.