di Giulia Zonca
La Stampa, 8 giugno 2022
Scegliere l’asfalto come terreno morbido dà l’idea della fantasia che ci vuole per mettere insieme una squadra di calcio arabo-israeliana. Una squadra di bambini che hanno genitori cresciuti con la necessità di separare e, all’improvviso, si trovano a condividere il tifo per i figli, sul campetto coperto a bitume che sta proprio tra l’Est e l’Ovest di Gerusalemme. Tra la città palestinese e quella ebrea. Come succede a Tel Aviv e addirittura a Ramallah. Tredici di questi ragazzini oggi sono a Cagliari per il progetto sociale del torneo Selis, calcio giovanile ai massimi livelli e un gruppo di pulcini che prima d’ora ha condiviso solo un allenamento a settimana e si ritrova a scambiarsi un’esperienza pazzesca. Per la prima volta fuori di casa, per la prima volta davvero insieme a raccontarsela, a mangiare spalla a spalla senza parlare la stessa lingua. Sette arabi e sei ebrei, tutti nati nel 2011: scuole differenti, culture opposte, religioni non parliamone, festività sfalsate. In caso di finale, prevista sabato, una parte non prenderebbe i mezzi pubblici e farebbe cose alternative perché è Shabbat. Ma il problema non esiste o meglio è sempre il solito e nessuno ci pensa in questa gita costruita negli ultimi tre anni a forza di prospettive impossibili diventate reali: “Sappiamo di non poter essere tra i migliori, l’obiettivo è fare un gol. Aspettative basse ed emozioni giganti”.
A creare il team e il progetto “Social Goal” mediorientale che conta 300 bambini sparsi in varie città, 150 sotto l’ombrello Inter Campus, ci sono due italiani. Yasha Maknouz, nato a Milano in una famiglia libanese e dal 2005 di base a Tel Aviv e Arturo Cohen, sempre natali lombardi e radici ebraiche che lui ha deciso di seguire nove anni fa: “Ho capito che la questione israeliana non mi dava pace”. E ha curato quest’ansia con i palloni. Calcio, basket, pallamano, pallanuoto qualsiasi sport faccia aggregazione e obblighi bambini abituati a camminare su strade parallele a trovare un punto d’incontro. Un passaggio, un assist, la costruzione di un futuro.
Le tensioni ci sono, le discussioni mai perché dentro questa squadra “ci si sporca le mani”. A volte arrivano i rifiuti, e i ragazzi non si frequentano. Non possono: la società spacca il gruppo che si ricompone solo quando entra in azione la palla. Fino a oggi, a questa trasferta che allunga i tempi dell’incontro. In allenamento, si impara a non attribuire l’errore alla provenienza, “il tiro sbagliato, il fallo, il gol mancato potrebbero diventare in fretta l’entrataccia dell’ebreo, l’occasione mancata dall’arabo. Noi smontiamo questa struttura”. Per montare una collaborazione. “Social Goal” raccoglie fondi con l’organizzazione di tornei aziendali: mettono sul campo di calcetto Facebook contro Tik Tok e poi quei loghi, insieme a quello dell’Inter che foraggia in parte l’iniziativa, diventano sinonimo di neutralità. Nulla è legato alle istituzioni dei due Paesi “sarebbe la fuga collettiva” e invece è l’unione parziale. Trecento bambini che sperimentano una coabitazione precaria e tredici di loro ora sono in Sardegna a coesistere senza neanche sapere come parlarsi. A giocare.










