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di Valeria Parrella

Il Manifesto, 21 gennaio 2025

Poi a un certo punto si è fatto silenzio. Si è fatto silenzio pure sulla diretta Rai dall’ingresso di Rafah, per mezz’ora hanno mandato solo immagini di persone impegnate in carichi e scarichi, così, con un tramestio di sottofondo senza nessun commento. Nessuno ha parlato, né giornalisti né capi e capetti, ma soprattutto, sopra ogni cosa a un certo punto (molto più tardi di quanto sperato, ancora diciannove morti dopo) le bombe hanno smesso di tuonare. Si è fatto silenzio, questo era. E le persone sopravvissute a Gaza hanno tirato fuori la testa dalle tende degli accampamenti dove sono dovute rimanere, ammassate, a custodirsi la dignità minuto dopo minuto, e hanno potuto dire ai loro figli: “Questa è la tregua”. Noi, increduli spettatori occidentali, avvelenati e vergognosi da questa parte dello schermo, pure siamo stati zitti. Tutti in silenzio, tanto che quando poi quell’indegno Erdogan ha parlato io ho pensato - zitto. E quando poi quell’indegno Smotrich ha parlato io ho pensato - zitto.

Appiccavano fuoco, come dei mostruosi bambini, mentre tutti sentivamo il silenzio. È stato un attimo, uno di quegli attimi che durano assai, come quello di Faust quando si affaccia e, nella valle, vede persone libere intente al loro lavoro e si dice che questo è il motivo ultimo: vedere e vivere, su libero suolo come un popolo libero. A Faust, almeno in quello di Goethe, poi cadono le lancette dell’orologio e i lemuri l’afferrano, eppure lui non aveva ucciso nessuno, era stato cinico ma mai crudele.

Ma quel silenzio incredulo, come prima del primo respiro: quella era la tregua. Come è stato nobile, e alto, quel silenzio: è stato da lì che, piano piano, i palestinesi hanno potuto mettersi in cammino e tornare verso nord. È dentro quel silenzio che potranno tornare a casa gli ostaggi e i prigionieri (quelle tre giovani donne israeliane, quel ragazzino palestinese di quindici anni, lei, loro, noi, le nostre sorelle, i nostri figli).

È in questo silenzio che potranno procedere in processione le derrate alimentari, e le cisterne, e le medicine, e le attrezzature. Un medico di Msf, intervistato, ha detto una parola semplice, secca: “ospedali”, ha raccontato che erano arrivati a dover lavare le garze di un paziente per curare il successivo. Ha detto che teme tanto per la tenuta psicologica dei sopravvissuti perché finché hai paura che una bomba ti cada in testa è il tuo unico pensiero, ma tornare in una casa che non c’è più, comprendere quello che è avvenuto: è doloroso, ineffabile.

E noi lo sappiamo, perché ce lo ha insegnato Primo Levi, cos’è “La tregua”: “Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi dove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti” (Torino, 1963).