di Francesca Caferri
La Repubblica, 12 giugno 2024
Shikaki, 71 anni, nell’ufficio del Palestinian Center for Policy di Ramallah. Intervista al capo dell’unico istituto di sondaggi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza: come si fanno le interviste in tempo di guerra? E che cosa spera per il futuro la gente dei Territori? Per spiegare come è riuscito a intervistare 750 persone in 75 diversi punti della Striscia di Gaza in mezzo ai bombardamenti e agli attacchi dell’esercito israeliano, Khalil Shikaki prende foglio e penna e comincia a segnare linee e numeri con una velocità impressionante.
“Abbiamo diviso la Striscia in quadrati e determinato in base a immagini satellitari e a dati raccolti sul terreno dove le comunità si erano spostate. A quel punto siamo andati a cercarle nelle tende o nei punti di raccolta, escludendo naturalmente i luoghi in cui si combatteva: in questo modo siamo riusciti a rispettare i criteri di diversità geografica e sociale che abbiamo sempre seguito. Ma visto che non potevamo garantire con certezza il rispetto dei canoni usuali, abbiamo aumentato il campione del 50 per cento: in questo modo, la forchetta di errore resta la stessa: il 3 per cento”. Di fronte allo sguardo meravigliato accenna un sorriso e poi, nel suo inglese con l’accento della West Coast americana, conclude: “And so, we did it again”.
Dove la chiave di questa storia sta tutta lì, in quell’again, un’altra volta: a 71 anni, il signore dai capelli bianchi che ci riceve nel suo ufficio pieno di mappe nel cuore di Ramallah, capitale dei Territori, può essere definito, senza troppi timori di errore, “la voce dei palestinesi”. In una società in cui le autorità controllano ossessivamente lo scarno panorama mediatico e le parole di dissenso vengono represse con le buone (il governo) o le cattive (i movimenti armati), Shikaki è l’unico a poter dire cosa pensa davvero la sua gente. Nella Cisgiordania in cui ci troviamo così come a Gaza, dove è nato e dove vive ancora la sua famiglia.Potere dei numeri: Shikaki è il fondatore e il direttore del Palestinian Center for Policy and Survey Research, primo centro di ricerca indipendente del mondo arabo, unico istituto di sondaggi palestinese. Con una manciata di dipendenti e i tre membri del consiglio direttivo, coordina una squadra di decine di sondaggisti che, armati di questionari e di cellulari per controllarne la geolocalizzazione e per poterli rintracciare in caso di pericolo, negli anni ha tastato il polso dell’opinione pubblica palestinese con più di 300 sondaggi: nell’ultimo, realizzato a marzo, sono state intervistate, faccia a faccia, 800 persone in Cisgiordania e 750 nella Striscia di Gaza.
Dopo il 7 ottobre - Un lavoro indispensabile. Quando, dopo il 7 ottobre, giornalisti, esperti, politici di tutto il mondo hanno citato l’ampio supporto di cui le azioni di Hamas godevano nella società palestinese, era ai numeri di Shikaki e dei suoi che facevano riferimento. Lo stesso ogni volta che si parla della scarsissima popolarità dell’attuale anziano presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas; o della sfiducia, di anno in anno crescente, nel processo di pace con Israele. “Una bussola”, lo ha definito sul New Yorker Shai Feldman, direttore del Crown center for Middle east studies della Brandeis university di Boston. “Un uomo che non piega le sue analisi alla volontà popolare”, gli fa eco Dahlia Scheindlin, la più famosa sondaggista israeliana, che con lui ha lavorato spesso ad analisi congiunte.
Il fratello e la jihad - La storia di questo studioso è comune a tante persone da queste parti. Originaria della zona dove oggi sorge Rehovot, a Sud di Tel Aviv, la sua famiglia fu costretta a lasciare la casa e nel 1948, con la creazione dello Stato di Israele e la Nakba, l’allontanamento forzato dei palestinesi. Shikaki e i suoi sette fra fratelli e sorelle sono nati a Rafah, nella Striscia di Gaza, ora cuore dell’offensiva israeliana: molti sono ancora lì. Khalil e Fathi, il maggiore, se ne andarono all’estero, grazie a borse di studio, ma seguendo strade opposte.In Egitto, dove era diventato medico, Fathi finì per diventare uno dei fondatori di quella che oggi è la Jihad islamica ed è morto in un attentato a Malta nel 1995, probabilmente per mano di Israele. Per Khalil la svolta fu l’American university di Beirut prima e la Columbia a New York poi. Tornò in patria come insegnante, a Nablus. “Dopo tanti anni fuori, quando entrai in classe, nel 1986, capii subito il problema: non c’era dialogo, non c’era conoscenza. La metà degli studenti erano religiosi ed erano convintissimi di aver ragione loro su tutto. L’altra metà erano laici e neanche guardavano i compagni. Pensai di fare un sondaggio, per spiegare agli uni le ragioni dell’altro: mi chiamò il governatore e mi disse. “Credi di stare in America? Qui queste cose non si fanno”“. E la cosa finì lì. Ma poi vennero gli Accordi di Oslo nel 1993 e gli anni della speranza. Shikaki trovò il supporto e i finanziamenti per i primi sondaggi e da allora non si è più fermato, animato dalla certezza che solo la conoscenza reciproca può portare a una pace duratura.
Un governo di inetti - Oggi, il Palestinian Center for Policy and Survey Research è riconosciuto a livello internazionale e il suo direttore è ospite fisso di università e think tank americani ed europei. Questo non significa che la sua vita sia semplice. “Non chiediamo autorizzazione a nessuno. Io e i miei colleghi stabiliamo le domande e i sondaggisti partono, seguiti a distanza dai coordinatori”. I problemi non mancano. Hamas ha più volte bloccato i suoi team a Gaza. A Gerusalemme Est a creare intralci spesso è la polizia israeliana. Qui in Cisgiordania, i coloni ebrei. E poi c’è l’Autorità nazionale palestinese: “Che ci detesta perché certifichiamo la sua inettitudine”. Il risultato è che i conti bancari del Centro sono stati bloccati e da mesi è Shikaki a pagare di tasca sua l’affitto dell’ufficio dove ci troviamo. Ma il lavoro va avanti.
L’ultimo sondaggio, pubblicato ad aprile, consegna un quadro piuttosto interessante: se fra i palestinesi il supporto per la decisione di Hamas di lanciare l’attacco del 7 ottobre resta stabile (71 per cento contro il 72 di dicembre), l’appoggio è sceso dall’85 al 75 per cento in Cisgiordania e salito dal 52 al 62 per cento a Gaza: “Sono dati che riflettono prima di tutto quello che sta accadendo” spiega l’analista: “Il 93 per cento del campione non crede che Hamas abbia compiuto le atrocità di cui è accusato. Del 7 ottobre vede principalmente il fatto che ha riportato al centro dell’attenzione la questione palestinese. E questo spiega il supporto. In secondo luogo, i dati mostrano una correlazione fra i numeri di morti a Gaza e il sostegno ad Hamas: più vittime ci sono (il 78 per cento del campione a marzo ha dichiarato di aver perso un familiare, contro il 64 di dicembre) più cresce il sostegno”.Nonostante questi dati, Shikaki non crede che il sostegno ad Hamas sia destinato a durare: “Solo il 20 per cento dell’elettorato condivide la posizione ideologica di Hamas: il resto lo appoggia perché sente che è l’unico soggetto che si batte per la causa palestinese. Se ci fosse un’alternativa seria, i palestinesi lo abbandonerebbero immediatamente”.
Ma al momento l’ipotesi è lontana, come mostrano i dati sul governo: il consenso al presidente Abbas è al 16 per cento. Se si votasse oggi, il 40 per cento degli elettori sceglierebbe Marwan Barghouti, (il leader laico da 22 anni in carcere in Israele) come presidente, il 23 Ismail Hanyeh (capo politico di Hamas) e l’8 Abbas. L’84 per cento del campione chiede al presidente (al potere dal 2005) di dimettersi.livelli di popolarità”Ogni volta che esce un sondaggio, vengono qui”, sospira Shikaki. Vengono chi?. “Tutti. Gli uomini del governo a minacciarci perché dai numeri emerge la sfiducia che c’è nei loro confronti. Quelli dell’intelligence a farci domande e a ringraziarci perché senza le nostre indagini non saprebbero come stanno veramente le cose. I potenziali successori di Abbas per capire perché la gente non li appoggia”.
A tutti, Shikaki risponde con due certezze: il metodo scientifico e i numeri. È sulla base di questi elementi che proviamo a chiedergli come vede il futuro. “Le rispondo con un nome: Barghouti”, sorride. “Marwan Barghouti è da anni l’unico leader in cui i palestinesi hanno fiducia. Il suo livello di popolarità complessivo varia fra il 60 e il 67 per cento. E i motivi sono sempre gli stessi: non si è fatto corrompere e sta pagando un prezzo personale molto alto alla lotta per la liberazione”.
Inutile provare a ribattere che dopo tanto tempo nessuno può davvero dire se Barghouti sarebbe in grado di prendere in mano il processo politico, se pure tornasse libero: “Ce n’è stato un altro, di uomo così. E se ci pensa bene, le verrà in mente”, dice Shikaki con il sorriso ironico. Il riferimento a Nelson Mandela è quello che qui fanno tantissime persone. L’uomo dei numeri, per un attimo, mette da parte la razionalità e diventa uno di loro.









