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di Chiara Cruciati

Il Manifesto, 19 agosto 2025

Il nuovo rapporto dell’organizzazione sul blocco del cibo e la distruzione del sistema sanitario, nel giorno in cui un anziano viene ucciso da un pacco paracadutato dagli elicotteri e cinque palestinesi per la denutrizione. Un anziano palestinese è stato ucciso ieri da un pacco alimentare lanciato con un paracadute. Il pallet ha centrato la tenda in cui viveva da sfollato a Khan Younis, profondo sud di Gaza. All’ospedale Nasser dove è stato portato nell’inutile tentativo di salvarlo non lo hanno ancora identificato. Ucciso da un presidio salvavita, un po’ di cibo sganciato dagli elicotteri di una coalizione di “volenterosi”, paesi che da qualche settimana hanno preso a lanciare pacchi alimentari dal cielo perché Israele lo permette.

Sarebbe molto più semplice e capillare e meno pericoloso se venissero consegnati con i camion dai valichi di terra: ne entrerebbero di più, verrebbero distribuiti nei centri Onu disseminati su tutto il territorio, raggiungerebbero anche i più vulnerabili, anziani, bambini, disabili, persone che non riescono fisicamente a ingaggiare una battaglia con centinaia di migliaia di altri affamati per accaparrarsi un pacco di farina, che sia lanciato da un elicottero o “distribuito” in quelle trappole di morte che sono i centri della fondazione israeliano-statunitense Ghf.

Di camion però ne appaiono pochissimi per le strade distrutte della Striscia e i pochi che riescono nell’impresa sono assaltati da folle di disperati. Nel fine settimana Israele ha autorizzato l’ingresso di 266 camion in tre giorni (ne servirebbero almeno 600 al giorno). Da inizio agosto hanno attraversato i valichi appena 1.937 tir sui 13.200 indispensabili, meno del 15%. Con i camion si eviterebbero anche le vittime: non è la prima volta che un pallet schiaccia e uccide. Ieri di cibo sono morte altre persone, cinque palestinesi ammazzati dalla denutrizione. Tra loro due bambini. Dal 7 ottobre 2023 sono 263 le morti per inedia, 112 minori, con un balzo nel bilancio totale registrato nelle ultime settimane perché, dopo mesi di aiuti bloccati o fatti filtrare col contagocce (succede dal 2 marzo scorso, la tregua era ancora in vigore), i corpi dei palestinesi non ce la fanno più.

Il sistema israeliano di “distribuzione umanitaria” in realtà funziona benissimo, se l’obiettivo che si pone è quello sotto gli occhi di tutti: affamare Gaza, fare a pezzi la sua società e i corpi di chi la abita, per spingerli ad abbandonare la propria terra per mero istinto di sopravvivenza. Che si tratti di una politica ragionata lo ha scritto ieri Amnesty International in un nuovo rapporto: “Israele sta portando avanti una deliberata campagna di riduzione alla fame nella Striscia occupata attraverso la sistematica distruzione della salute, del benessere e del tessuto sociale della vita palestinese”, scrive l’organizzazione sulla base di testimonianze raccolte sul campo e degli ordini emessi da governo ed esercito israeliani.

Tutti elementi che, insieme, permettono di parlare di “risultato atteso di piani e politiche” e non di “uno sfortunato effetto secondario”. Distruzione del sistema sanitario, blocco degli aiuti alimentari e sanitari, sfollamenti di massa, limitazioni gravi al lavoro delle ong sono i tasselli di un’operazione ingegneristica che si inserisce nel più ampio contesto del genocidio. Perché se non si mangia abbastanza e correttamente, il corpo smette di funzionare e il sistema immunitario crolla: i malati cronici muoiono, le infezioni si diffondono. “Una catastrofe invisibile”, dice un medico dell’ospedale al-Shifa. Tra i soggetti più vulnerabili ci sono le madri in gravidanza e in allattamento. Il latte, ha raccontato S., infermiera e madre di una piccola di sette mesi, “non esce”: “Sento di aver fallito come madre”. S. vive con il marito e altre due bambine in una tenda infestata da topi e insetti. Lui prova a procurarsi qualcosa ai centri della Ghf, spesso torna a mani vuote.

“In passato ci davamo una mano gli uni agli altri. Adesso la gente è guidata solo dall’istinto individuale della sopravvivenza”, racconta Abu Alaa, 62 anni, sfollato. “Ho visto coi miei occhi persone portare pacchi di farina sporchi del sangue di chi era stato appena ucciso”, aggiunge Nahed, 66 anni. Aziza ha 75 anni e vuole morire: “Sento di essere diventata un peso per la mia famiglia. Quando ci hanno sfollati, hanno dovuto spingermi su una sedia a rotelle. Ho bisogno dei pannoloni, sono estremamente costosi. Mi servono le medicine per il diabete, la pressione alta e il cuore e ho solo confezioni scadute. Mi accorgo di essere come un neonato ma sono loro, i miei nipotini, che meritano di vivere”.