di Andrea Malaguti
La Stampa, 6 ottobre 2024
“Spiazziamo Hamas. Facciamo scendere su Gaza non le bombe, ma migliaia di paracaduti colorati con casse di cibo, acqua e medicinali”. Emilio Jona dopo il 7 ottobre, intervento su Ha Keillah (La Comunità). Facciamo sempre la cosa più ovvia. Forse è per questo che non cambiamo mai, che ricorriamo alla vendetta come se fosse un anestetico e non un veleno. Mi ci ha fatto ragionare Amelia Fresia, la moglie di Bruno Gambarotta, insegnante cattolica torinese in pensione che ha avuto dodici familiari sterminati ad Auschwitz e una zia tornata per miracolo. Erano tutti ebrei catturati in Liguria, li hanno portati via in treno dal binario 21. È una donna speciale Amelia. Un incrocio di molte cose. È lei che mi ha girato la frase di Emilio Jona su quello che servirebbe a Gaza. Non bombe, ma solidarietà colorata. Cibo, acqua, medicinali, per curare il corpo e le ferite invisibili, per impedire che il dolore e le umiliazioni si trasformino in nuovo desiderio di guerra. Un modo per dire alle nuove generazioni che non tutto è perduto. Solidarietà al posto della devastazione. Quella sì che sarebbe una rivoluzione perché, lo dice in modo come sempre indiscutibile Liliana Segre: “Chi non è bambino non può capire il bambino che nasce in un mondo nemico. Indifferenza è una delle parole più brutte del nostro vocabolario”. Ha ragione.
Mi rendo conto però che tradire la filosofia del cane pazzo, le leggi del taglione e del più forte, è solo un’illusione per poveri matti. Il contrario di quello che ci si aspettava, ed in effetti è accaduto, dopo l’orrore incancellabile del 7 ottobre, il macello di Hamas, gli stupri, le torture, gli omicidi di milleduecento innocenti, il rapimento di altri duecentocinquanta, quasi la metà dei quali ancora nelle mani dei terroristi. L’innesco di un incendio che ha tirato fuori la ferocia di Bibi Netanyahu e del governo reazionario che siede attorno a lui. Strage che risponde a strage, morte che risponde a morte, furia che risponde a furia, in un crescendo infinito senza una prospettiva comprensibile, in cui migliaia di cadaveri di civili si accumulano sulle carcasse incenerite dei barbari comandanti del Movimento islamico di resistenza o dei Nasrallah di turno. Prima Gaza. Ora il Libano. Nelle prossime ore l’Iran. E noi?
Noi, annichiliti da questo disastro, dodici mesi dopo siamo ancora qui a dividerci in fazioni patetiche, come se di fronte all’abisso ci fosse la necessità di schierarsi con un esercito e non l’urgenza di ragionare ossessivamente su come costruire la pace. Persino Macron, sostenitore dell’intervento aggressivo in Russia, ieri si è fatto prendere da un sussulto di civiltà: “Penso che oggi la priorità sia arrivare a una soluzione politica. Basta fornire armi per condurre i combattimenti a Gaza. La Francia non le manda”. Frase sideralmente distante da quella pronunciata poche ore prima da Donald Trump: “Israele colpisca i siti nucleari dell’Iran”. Ma non sono Francia e Stati Uniti baluardi incrollabili degli stessi valori occidentali? Non sono Trump e Macron leader di casa nostra? Non erano gli Stati Uniti a dettare la linea e Tel Aviv a seguire? Mai vista una grande potenza che si fa guidare da un satellite. Il fatto è che siamo usciti da un ordine mondiale liberale e non sappiamo più dove stiamo andando. Neppure il governo italiano, alle prese con la sindrome dei complotti interni, è riuscito ancora a dire una parola di chiarezza. Li mandiamo davvero i carabinieri a Gaza come ci ha chiesto il segretario di Stato americano Blinken? Sarebbe una decisione pesante, giusta e significativa. La prendiamo? Siamo in grado di accogliere l’esortazione del poeta palestinese Mahmoud Darwish: “Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, non dimenticare il cibo delle colombe. Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, non dimenticare coloro che chiedono la pace”?
Stavo pensando a tutto questo, ad Amelia Fresi, alle parole di Emilio Jona, mentre camminavo verso la Piramide Cestia, a Roma, assieme a un amico israeliano. Siamo stati poco alla manifestazione non autorizzata. La prima mezz’ora. Seduti su una panchina a osservare a distanza. Lui guardava loro, i seimila manifestanti decisi a sfidare le forze dell’ordine. Io guardavo lui, che detesta il governo Netanyahu, non accetta lo sterminio della Striscia, ha paura della guerra con Teheran, eppure ama la sua terra quanto e più della sua vita. È un professionista di successo e credo che sia la persona meno faziosa che conosco. Al terzo slogan antisemita, ha detto: “Basta così”. Si è alzato, mi è parso con lo stomaco accartocciato e l’amarezza negli occhi. L’ho seguito. Gli ho chiesto: “Troppi Palestina libera dal fiume al mare? Troppi Netanyahu assassino, Joe Biden assassino, Giorgia Meloni assassina?”. Mi ha risposto: “No, solo troppo odio. Condensato. Confuso con dei finti buoni propositi. Mischiato con l’alibi di un ormai inesistente diritto internazionale. In questa piazza stiamo semplicemente assistendo alla quintessenza dell’antisemitismo. Mi pare che stiano facendo un regalo a Meloni. Non posso più restare”. Volevo rispondergli qualcosa di rassicurante, ma in quell’istante siamo passati di fianco a tre cartelli in sequenza: “Ebrei o sionisti? Decidetevi”. “Antifascismo uguale antisionismo”. “Non è il 7 ottobre che giustifica il sionismo, è il sionismo che giustifica il 7 ottobre”. Mi sono domandato perché la sinistra non abbia detto ufficialmente che con questo tipo di manifestanti si rifiuterebbe di prendere anche solo un caffè. Fanatici in possesso di una verità impellente da imporre, uomini e donne che non ammettono interlocutori, solo ascoltatori. Spiriti marmorei, guidati da un demone spaventoso. Ho taciuto, mentre il mio amico saliva in motorino e salutava sotto la pioggia.
Stabilito che è incomprensibile vietare piazze in cui migliaia di persone vogliono esprimere le proprie idee per quanto ripugnanti (sposo e cito la tesi espressa da Vladimiro Zagrebelsky su questo giornale), mi sono anche detto che in questo sabato romano è stato superato un confine. Se le più importanti associazioni palestinesi hanno deciso di stare a casa, di rinunciare alla propria voce, significa che hanno capito la strumentalizzazione. Il tentativo sgradevole e narcisistico di scatenare una piccola fantomatica tragedia domestica, esattamente alla vigilia del 7 ottobre, di fronte a una tragedia enorme, reale, dolorosa e complessa. Una farsa camuffata da rivendicazione sociale finita come da copione tra lacrimogeni e botte con gli agenti.
Tra molte altre cose, Amelia Fresia - sostenitrice dell’idea apparentemente sepolta dagli opposti fondamentalismi religiosi dei “due popoli due Stati” - mi ha detto di essere certa che alla base di manifestazioni così platealmente aggressive come quella romana, ci sia una forma chiara di ignoranza. “Vede, io sogno che il governo di Israele cambi il prima possibile e penso che Netanyahu sia una persona orribile. Aggiungo che partiti religiosi mi fanno paura in generale. Ma temo che l’antisemitismo stia tornando con forza e questo è frutto della mancanza di memoria. Della mancanza di conoscenza. Della mancanza di umanità. Sul comodino ho un libro di Anna Foa, si intitola: Il suicidio di Israele. Mi piacerebbe che lo insegnassero nelle scuole”. Lei, a scuola, subito dopo la guerra ha scoperto che i suoi genitori si erano convertiti al cattolicesimo per sfuggire (senza riuscirci) alle persecuzioni razziali e che poi, alla fine degli anni Quaranta, erano stati scomunicati da Santa Madre Chiesa perché suo padre si era iscritto al Pci (“considerava i comunisti gli unici che si erano opposti davvero al fascismo”). Questo incrocio di sensibilità, queste contraddizioni continue, l’hanno spinta ad approfondire la propria storia e quella dei suoi familiari sterminati ad Auschwitz, ma soprattutto a non cedere mai ad alcuna forma di estremismo, nella certezza che quando il dolore si decompone in nome di una guerra santa si trasforma immancabilmente in collera cieca contro il mondo.










