di Eliana Riva
Il Manifesto, 2 luglio 2025
L’Appello. Più di 170 organizzazioni umanitarie internazionali hanno chiesto la chiusura immediata delle operazioni della fondazione israelo-americana che a Gaza gestisce il meccanismo armato degli aiuti umanitari. Più di 170 organizzazioni umanitarie internazionali hanno chiesto la chiusura immediata delle operazioni della Ghf, la fondazione israelo-americana che a Gaza gestisce il meccanismo armato degli aiuti umanitari. Save the Children, Amnesty international, Medici senza frontiere, Oxfam e tantissime altre ong hanno pubblicato un comunicato congiunto per denunciare il sistema mortale della Gaza Humanitarian Foundation, che sotto la guida di un leader evangelico trumpiano controlla quattro centri di distribuzione cibo nel sud e nel centro della Striscia. Il piano, definito dalle organizzazioni “un’alternativa mortale e controllata dai militari, che non protegge i civili né soddisfa i bisogni di base”, ha causato la morte di quasi seicento persone. “I 400 punti di distribuzione che operavano durante il cessate il fuoco temporaneo in tutta Gaza - si legge nel comunicato - sono stati ora sostituiti da soli quattro siti di distribuzione controllati dai militari, costringendo due milioni di persone in zone sovraffollate e militarizzate dove affrontano spari quotidiani e omicidi di massa, mentre cercano di accedere al cibo e gli vengono negate altre forniture salvavita”.
L’esercito ha confermato lunedì di aver aperto il fuoco contro i civili in attesa del cibo. Lo ha fatto a suo modo, dichiarando che in merito agli “incidenti in cui sono stati segnalati danni ai civili”, i militari a Gaza hanno ricevuto istruzioni “a seguito delle lezioni apprese”. Un mese per imparare che se si spara su una folla, finisce che le persone muoiono. Ma neanche l’evidenza empirica basta: almeno altre tredici persone sono state uccise ieri in attesa del cibo. A cui si aggiungono le decine di vittime dei bombardamenti incessanti. L’esercito ha fatto sapere di aver colpito 140 volte Gaza nella sola giornata di lunedì. Ieri almeno 65 palestinesi sono stati uccisi. 81 secondo fonti ospedaliere di Al Jazeera. A Khan Younis sono stati bombardati edifici residenziali e tende per sfollati. A Jabaliya, nel nord, i quadricotteri israeliani hanno colpito un gruppo di persone che si trovava per strada. Nel campo profughi di Maghazi gli aerei hanno bombardato l’ennesima scuola delle Nazioni unite convertita in rifugio per i profughi. L’Onu ha ricordato che l’82% di Gaza è sotto ordine di evacuazione forzata e che le strutture utilizzate dagli sfollati non possono essere prese di mira. Il presidente Usa, Donald Trump, è tornato ieri a ribadire che presto ci sarà un accordo di cessate il fuoco. Potrebbe essere annunciato durante la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington, la prossima settimana. Lunedì i due alleati discuteranno di Gaza e dell’intero Medio Oriente.
Fonti del quotidiano israeliano Haaretz confermano ciò di cui da qualche giorno si sta parlando: in cambio del cessate il fuoco, Tel Aviv potrebbe chiedere una “compensazione diplomatica”. Ossia, accordi vantaggiosi con altri paesi del Medio Oriente. Per cominciare, il patto di normalizzazione con l’Arabia saudita, una formalizzazione importantissima per Trump ma difficile da annunciare con l’attacco a Gaza ancora in corso. Non solo, però, l’allargamento degli Accordi di Abramo. Sarebbe in gioco anche il mantenimento delle aree occupate in Siria. Sappiamo che l’autoproclamato presidente siriano Ahmad Sharaa ha chiesto a Trump di convincere lo stato ebraico a ritirarsi dai territori nazionali. Ma Tel Aviv vorrebbe rimanere almeno sulle alture del Golan siriano occupato e il tycoon potrebbe permetterglielo, in un quadro di “compensazione” per la fine dei bombardamenti sulla Striscia. Rimane lo scoglio del cessate il fuoco permanente. Hamas, questa volta, non si accontenta di una promessa vaga, come quella che Netanyahu si è rimangiato il 17 marzo, quando ha rotto la tregua. Ma la libertà di riprendere gli attacchi dopo il rilascio degli ostaggi sarebbe l’unica cosa, insieme alla “compensazione diplomatica”, in grado di tenere a bada gli alleati di governo più estremisti.
Il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir e quello delle finanze, Bezalel Smotrich, sono tornati a dichiarare pubblicamente che gli attacchi a Gaza non devono terminare. Netanyahu si sarebbe detto disponibile a essere più flessibile su alcune clausole dell’accordo se avrà il via libera sulla ripresa dei combattimenti. In Cisgiordania, intanto, ieri sono stati uccisi altri due palestinesi, tra cui un ragazzo di 15 anni. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha ammazzato mille persone nel territorio palestinese occupato.










