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di Alessia Melcangi

La Stampa, 21 agosto 2025

Insediamenti e barriere soffocano un tessuto fragile e mortificano l’idea di uno Stato. Ma la strategia della destra messianica al potere impone al governo scelte drammatiche. C’è una data nella storia recente di Israele che si intreccia inestricabilmente con quella del mondo arabo-musulmano, ed è il 1967: nel giugno di quell’anno, infatti, un attacco a sorpresa delle truppe dello stato ebraico fu in grado in soli 6 giorni di sbaragliare le forze militari di Egitto, Giordania e Siria e conquistare più del doppio delle terre fino ad allora controllate dal governo di Tel Aviv. La Penisola del Sinai, le Alture del Golan, Gerusalemme Est e la Cisgiordania vennero così occupate, sebbene l’Onu, tramite la famosa risoluzione n. 242, ne impose subito a Israele la restituzione. Come tante altre risoluzioni, questa è rimasta, nel tempo, lettera morta.

Nel 1993, con gli Accordi di Oslo firmati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e Israele, la Cisgiordania divenne il fulcro dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) che avrebbe dovuto guidare auspicabilmente alla nascita di un vero e proprio Stato di Palestina. Vi era, tuttavia, un problema che con il tempo e nella noncuranza internazionale avrebbe assunto un peso schiacciante nel fallimento degli accordi di pace: proprio dal 1967 in Cisgiordania iniziano a sorgere centinaia di insediamenti e avamposti israeliani, progressivamente, senza sosta, tanto che oggi ospitano almeno 700mila coloni. Un territorio che attualmente, guardando una mappa politica, appare frammentato, spezzato, diviso tra zone sotto controllo palestinese e altre, che rappresentano il 61% del territorio, sotto pieno controllo israeliano, aumentate gradualmente attraverso l’inarrestabile espansione degli insediamenti che soffocano il tessuto sociale e territoriale palestinese.

Una realtà resa ulteriormente invivibile dalla costruzione della cosiddetta “barriera di separazione israeliana”, un tracciato di 730 km eretto a partire dal 2002, che limita fortemente la libertà di movimento e le attività economiche dei palestinesi in Cisgiordania, creando enormi disagi per la popolazione e depotenziando sostanzialmente il ruolo dell’Anp. Negli ultimi due decenni, la destra israeliana al potere ha usato strumentalmente la costruzione di nuove colonie ebraiche non solo per espandere di fatto i territori sotto il controllo israeliano, acquisendo de facto porzioni di Cisgiordania, ma soprattutto disarticolando la continuità territoriale delle zone palestinesi, sottraendo territori agricoli, acqua, bloccando vie di comunicazioni attraverso la presenza di continui check point. Oggi è chiaro che questa ignobile strategia aveva come obiettivo finale la realizzazione dell’ideale messianico di ricreare l’Israele biblico in violazione di ogni norma del diritto internazionale.

Dopo la strage del 7 ottobre e con il ritorno di Trump al potere, è caduta la maschera e questo piano si manifesta in tutta la sua brutalità con l’accelerazione spropositata della costruzione degli insediamenti e, soprattutto, con l’esplosione di continue violenze da parte dei coloni israeliani, tollerate se non incoraggiate da parte delle forze di sicurezza e dall’attuale governo, contro i villaggi palestinesi sia musulmani che cristiani. “La Palestina non deve esistere né oggi, né mai”, afferma con veemenza l’ultra-destra al potere per voce del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich e di quello della Sicurezza Nazionale, Itmar Ben Gvir. E per farlo servono non solo nuovi insediamenti, ma occorre costruirli in modo strategico così da separare fisicamente le varie porzioni di Cisgiordania e porre la pietra tombale alle legittime rivendicazioni palestinesi della nascita di uno Stato indipendente.

Il crescente sostegno occidentale al riconoscimento di uno Stato di Palestina ha, paradossalmente, ulteriormente infiammato la destra nazionalista messianica che ha imposto al primo ministro Netanyahu, il quale formalmente non segue le dichiarazioni roboanti dei suoi ministri, ma di fatto accetta ogni loro richiesta, di approvare un nuovo piano di allargamento delle colonie con la creazione dell’insediamento nella zona E1. Si tratta di un’area di territorio palestinese posta tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Maale Adumim, dove sorgerebbero circa 3.500 nuove unità abitative per i coloni. Tale posizione è significativa poiché rappresenta uno degli ultimi collegamenti geografici tra le principali città palestinesi, Ramallah a Nord e Betlemme a Sud, la cui occupazione adesso sancirebbe la divisione di fatto in due della Cisgiordania in regioni settentrionali e meridionali.

Stante l’assoluta supremazia militare di Israele, fa bene Smotrich ad affermare che l’ipotesi di uno Stato palestinese sta effettivamente tramontando. E tuttavia quali sono i costi politici di questa deriva massimalista e xenofoba che lo Stato ebraico si troverà a pagare? Oltre al possibile aumento delle già presenti violenze in Cisgiordania, rimane il problema di cosa fare dei milioni di palestinesi di fatto inglobati all’interno di un grande Israele nazional-religioso. Un mero calcolo demografico ci mostra i pericoli di questa politica miope e avventurista: la popolazione ebraica si ritroverebbe palesemente minoritaria (le stime parlano di non più del 43% della popolazione totale) rispetto a quella palestinese. E a questo punto, che strade rimarrebbero al futuro di Israele? Due opzioni egualmente scoraggianti, ossia tenere una maggioranza discriminata politicamente e civilmente o, ancor peggio, avventurarsi in sinistre politiche di espulsione forzata dei palestinesi, intollerabili per la comunità internazionale.