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di Fabio Tonacci

La Repubblica, 25 maggio 2024

Il governo non demorde ma teme l’isolamento. Soddisfazione da parte palestinese, anche se per i vertici di Hamas “non è abbastanza”, Il coro dello sconcerto israeliano si alza immediato, compatto e sonoro, ma la settimana che si chiude, per lo Stato ebraico, è stata complicata. In pochi giorni due corti internazionali hanno accusato Israele e il suo governo, mentre tre Stati (Irlanda, Spagna e Norvegia) si sono aggiunti alla lista di chi riconosce lo Stato di Palestina. Da Tel Aviv a Gerusalemme si raccolgono commenti indignati nei confronti del mondo “che non capisce il nostro dramma”, “che ci paragona a Hamas”, “che si è dimenticato del 7 ottobre e degli ostaggi”. E tuttavia, un fatto è innegabile: “La legge - per dirla con le parole di Michael Sfard, giurista israeliano specializzato in diritto internazionale e attivista in organizzazioni pacifiste - è diventata un attore centrale sul teatro di guerra”.

Il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia (Cig) era atteso, previsto e anche prevedibile, dato il breve lasso di tempo trascorso tra la quarta richiesta del Sudafrica e il verdetto. Il governo di Israele aspettava solo di capire se l’ordine di stop sarebbe stato al conflitto in generale o alle operazioni militari a Rafah. In entrambi i casi, aveva premesso, “non c’è potere sulla terra che ci impedirà di difendere i nostri cittadini e dare la caccia a Hamas”. Infatti, pochi minuti dopo il giudizio, l’aviazione israeliana ha bombardato il campo di Shaboura a Rafah, mentre a Gerusalemme il premier Netanyahu convocava d’urgenza i ministri e il procuratore generale per studiare le prossime mosse.

Perché è vero che il governo ha già detto che andrà avanti a Gaza e che comunque la decisione dell’Aia lascia spazio per attacchi mirati senza vittime civili, ma è altrettanto vero che l’ordine del massimo tribunale dell’Onu, pur non esecutivo, avrà conseguenze diplomatiche se sarà disatteso. Soprattutto considerando che non più tardi di lunedì scorso il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha chiesto il mandato di arresto per crimini di guerra per Netanyahu e per il ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre che per i leader di Hamas. Il premier israeliano teme non tanto le sanzioni dell’Onu, che si aspetta vengano bloccate dagli Stati Uniti, quanto la contropartita che Biden potrà pretendere per l’ennesimo veto americano nel Consiglio di Sicurezza. Inoltre anche i singoli Stati potrebbero emettere sanzioni, embarghi o ritirare il sostegno militare.

Le reazioni politiche, dunque. Se da una parte l’Autorità palestinese e Hamas accolgono con favore la notizia, pur con la differenza che per i miliziani l’ordine della Corte “non è abbastanza”, Ron Dermer, ministro israeliano degli Affari strategici, punta dritto all’antisemitismo: “Che gli ebrei siano trattati diversamente è una storia che va avanti da duemila anni. La decisione della Cig alimenta il fuoco dell’antisemitismo, che si sta diffondendo nel mondo”. Stessa linea per il ministro messianico Itamar Ben Gvir: “Sentenza antisemita, la migliore risposta sarebbe occupare Rafah”.

Più fredda la nota ufficiale congiunta del ministero degli Esteri e del Consigliere nazionale per la sicurezza: “Le accuse del Sudafrica riguardo al genocidio sono false, oltraggiose e disgustose. Israele non ha condotto e non svolgerà attività militari nell’area di Rafah che possano portare alla distruzione della popolazione civile palestinese e continuerà con gli sforzi per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari”. Benny Gantz, ministro dell’opposizione che fa parte del gabinetto di guerra: “Siamo obbligati a lottare per riavere i nostri ostaggi (tre dei quali sono stati trovati morti ieri a Gaza, ndr), in qualsiasi momento e ovunque, compresa Rafah”. E anche Yair Lapid, avversario di Netanyahu, definisce la formulazione del verdetto della Corte dell’Aia “un disastro morale”, ma dandone la colpa al governo: “Se fosse professionale e sano di mente, avrebbe potuto prevenirlo”.

Tutti fanno proprie le ragioni che il giudice israeliano Aharon Barak (uno dei due voti contrari) ha inutilmente prodotto davanti alla Corte: “Il Sudafrica non ha portato alcun elemento nuovo per sostanziare l’accusa di genocidio, né ha prestato attenzione alle minacce di Hamas o agli ostaggi. La Corte non ha menzionato neanche in una riga l’aumento degli aiuti umanitari a Gaza”. Aumento documentato da un recente studio accademico che ha analizzato i dati del Cogat (l’Agenzia del ministero della Difesa) da gennaio ad aprile. “L’ordine della Corte non è appellabile”, è la chiosa di Michael Sfard: “Israele potrà chiedere un nuovo pronunciamento, ma solo se cambieranno le circostanze”.