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di Gigi Riva

Il Domani, 9 settembre 2025

L’occupazione dei territori che dura dal 1967 ha sicuramente aumentato il numero di giovani senza speranza che si sono gettati nelle braccia delle formazioni terroristiche. Analogamente gli attacchi che hanno scandito la storia della Striscia di Gaza negli ultimi vent’anni hanno solo rimpolpato le fila dei miliziani in armi. L’attentato di Gerusalemme dimostra, ce ne fosse ancora bisogno, che l’idea di Israele della sicurezza totale da raggiungere con la forza è un’illusione. Ed è una denuncia implicita dell’atteggiamento ultra-muscolare con venature di genocidio che il governo di Benjamin Netanyahu ha intrapreso. L’esecrazione del terrorismo che ha insanguinato la Città Santa (sei morti e undici feriti, uccisi i due attentatori) è ovvia.

E contemporaneamente chiama tuttavia a una riflessione articolata su dove stia portando la svolta, che sembra una soluzione finale, impressa all’ormai secolare conflitto israelo-palestinese dal grumo di Shoah del 7 ottobre 2023 e dalla conseguente smodata reazione dello Stato ebraico, sfociata nella pulizia etnica in corso a Gaza e nella ventilata annessione della Cisgiordania.

La sicurezza è il tema cruciale, addirittura pre-politico, fin dalla nascita di Israele. Le guerre in difesa dell’esistenza stessa dello Stato hanno accentuato la sensibilità dei cittadini, memori anche di cosa successe durante il secondo conflitto mondiale a causa della mancanza di un apparato bellico in grado di contrastare la follia hitleriana. Lo Stato nato per dare un focolare sicuro agli ebrei ha avuto anche questo presupposto sul quale si è basata l’epica del contadino-guerriero e della difesa totale affidata a tutti, uomini e donne, giovani e più anziani riservisti. Una volta vinte le battagli con i paesi arabi convicini in virtù di una schiacciante superiorità militare, è subentrata e si è via via perfezionata l’idea che si potesse raggiungere l’obiettivo della sicurezza aumentando sino alle dimensioni attuali la potenza di fuoco contro il nemico. E senza considerare che quanto sperimentato sinora è stato utile solo a creare le condizioni per l’instabilità perenne e far crescere nel desiderio di vendetta generazioni di palestinesi.

L’occupazione dei territori che dura dal 1967 ha sicuramente aumentato il numero di giovani senza speranza che si sono gettati nelle braccia delle formazioni terroristiche. Analogamente gli attacchi che hanno scandito la storia della Striscia di Gaza negli ultimi vent’anni hanno solo rimpolpato le fila dei miliziani in armi. Né il muro di separazione lungo 730 chilometri, edificato dopo la seconda Intifada o Intifada dei kamikaze (2000-2005), è riuscito a fermare al confine i malintenzionati. E del resto i muri, dovunque siamo stati costruiti, sono fatti per essere saltati. Anche in maniera rocambolesca e fantasiosa come i deltaplani dei tagliagole di Hamas il 7 ottobre.

Non è servito dunque alzare ponti levatoio, fare di Israele una enorme fortezza, scegliendo sempre ottusamente di alzare la posta e il tributo di sangue. Salvo nelle poche circostanze in cui un paio di generali illuminati arrivati al potere politico, anche se da sponde opposte, avevano capito che la pace si fa con i nemici e che la sicurezza può essere solo la conseguenza di un accordo.

Uno si chiamava Yitzhak Rabin e il suo omicidio da parte di un ebreo ultraortodosso nel 1995 fece deragliare il processo di pace di Oslo. L’altro era Ariel Sharon, che pure partiva da posizioni di estrema destra ma che aveva visto nella soluzione dei due Stati l’unico sbocco possibile alla convivenza obbligata sullo stesso fazzoletto di terra.

I due Stati restano nell’agenda della diplomazia mondiale, non certo in quella del governo Netanyahu, Il quale peraltro ha sempre giurato che mai ci sarà uno Stato palestinese finché lui rimarrà al potere. L’idea della pulizia etnica di Gaza e dell’annessione della Cisgiordania è figlia della frustrazione per non aver raggiunto la chimera della sicurezza totale.

Dunque la deportazione di massa degli arabi palestinesi, la distruzione sistematica della Striscia, le stragi di donne, anziani e bambini, oltre che di miliziani, sono sembrati il modo più efficace per convincere, con l’aggiunta di una mancia competente, chi è rimasto in vita ad andarsene “volontariamente”. Sperare che tutto questo si potesse fare senza contraccolpi era follia. L’attentato di Gerusalemme è ne è la cartina di tornasole. Ma già si sentono da destra gli squilli di tromba degli Smotrich e dei Ben-Gvir: forza schiacciamoli ancora un po’ di più. Fatelo e sarete la perfetta fabbrica di lutti futuri.