sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Greta Privitera

Corriere della Sera, 8 maggio 2024

La città di Rafah sotto attacco: “Manca tutto, anche l’acqua. Le persone ora hanno gli sguardi vuoti”. Quando i bambini hanno sentito i grandi dire: “Hamas ha accettato l’accordo di cessate il fuoco”, hanno preso il cellulare di Mohammed Rajab, l’hanno collegato a una cassa, hanno scritto su un foglio “la festa del cessate il fuoco” e hanno ballato per le due ore successive. Poco dopo, il governo di Netanyahu ha risposto che la “proposta accettata da Hamas è lontana dalle richieste d’Israele”, ma i grandi non l’hanno detto ai piccoli perché volevano che andassero a dormire felici.

Poi, sono iniziati i bombardamenti nella parte est di Rafah - la città sul confine egiziano dove hanno trovato rifugio oltre un milione di gazawi - e i bambini si sono svegliati. “Gli abbiamo detto che non sarebbe durato tanto e che davvero la pace è vicina. Ma nessuno di noi ci crede più: Netanyahu non ha alcun interesse a finire questa guerra”, dice Rajab in videochiamata.

Rajab è un uomo di Gaza City. Risponde da al-Mawasi, che con Khan Younis è la città indicata dalle Forze di difesa israeliane come area sicura per i centomila profughi della zona est di Rafah appena evacuata e da due giorni nuovo target dell’esercito che cerca i miliziani di Hamas. Rajab vive con tutta la famiglia - che comprende 17 bambini tra figli e nipoti - in un appartamento da cui si vede il Mediterraneo. Ci mostra una distesa infinita di tende tagliata a metà da una strada che segue le curve tracciate dalla spiaggia. Si chiama Strada del mare. Riusciamo a distinguere un’interminabile fila di macchine e di carretti e di persone. “Sono quelli che arrivano da Rafah”, dice lui.

“La situazione è fuori controllo. Questa non può essere considerata una zona umanitaria, Israele aveva annunciato che avrebbe espanso il campo profughi di al-Mawasi, ma è tutto falso. Qui non c’è un buco libero, manca tutto, mancano le infrastrutture, le sorgenti da cui prendere l’acqua. Ci sono centinaia di casi di epatite”, continua Rajab. “Questo attacco a Rafah è il colpo finale alla nostra dignità”, dice Noor Nashwan, giovane ricercatrice di Gaza City che con la sua famiglia ha appena lasciato la città sul confine egiziano. “Abbiamo camminato quattro ore per raggiungere al-Mawasi. Non abbiamo soldi per affittare una macchina. I miei genitori sono anziani, è la quarta volta che prendiamo gli ultimi stracci che ci sono rimasti e cambiamo tenda”. Racconta che a sconvolgerla non sono più le case rotte, i morti, le bombe “ma gli sguardi vuoti delle persone. Sembra che i gazawi non provino più sentimenti, che, disumanizzati dal mondo, abbiano smesso di essere umani”. Si chiede se questo vuoto, questa anestesia dell’anima, potrà mai essere curato.

Anche Martina Marchiò, coordinatrice di Medici Senza Frontiere a Rafah, aveva creduto, o forse più sperato, che una tregua fosse possibile. “E invece no. Da due giorni le persone stanno evacuando, ma non sanno bene dove andare, che cosa fare. Dal nostro ambulatorio in sole due ore abbiamo visto passare oltre 500 famiglie. L’offensiva di Israele su Rafah avrà effetti disastrosi per oltre un milione di persone già sofferenti”. Intanto, all’ospedale indonesiano, Msf ha iniziato a dimettere i pazienti che possono camminare per preparare una possibile evacuazione. Reham Moeen, farmacista di 27 anni, ci scrive: “Sto nel blocco Ovest, non mi è ancora arrivato il messaggio che me ne devo andare. Temo che questa volta sarò io a morire”.