sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Michele Giorgio

Il Manifesto, 20 luglio 2025

Il capo del Mossad ha chiesto agli Usa di trovare i paesi in cui “trasferire” gli abitanti di Gaza. Netanyahu vuole il campo di concentramento per palestinesi a Rafah. Neppure i costi elevati e i tempi lunghi della sua attuazione - almeno un anno - sono riusciti a persuadere Benyamin Netanyahu. Il premier israeliano e i suoi ministri non rinunciano al piano volto a concentrare centinaia di migliaia di civili palestinesi in un gigantesco campo di internamento di massa che sorgerà sulle rovine di Rafah: la cosiddetta “città umanitaria” annunciata il 7 luglio dal ministro della Difesa, Israel Katz.

Il progetto va avanti e David Barnea, direttore del Mossad, si è recato a Washington per chiedere agli Stati Uniti di convincere altri paesi ad accogliere i palestinesi che decideranno di lasciare “volontariamente” Gaza. Si tratterebbe, secondo il sito Axios, di Libia, Etiopia e Indonesia, e Barnea avrebbe esortato l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, a esercitare le pressioni necessarie per ottenere il via libera da quei tre paesi. A parere del capo del Mossad, gli Usa dovrebbero offrire “incentivi” per convincere Libia, Etiopia e Indonesia. Witkoff, aggiunge Axios, non si è pronunciato.

Dopo il clamore suscitato da Donald Trump, che a febbraio ha proposto l’espulsione di oltre due milioni di palestinesi per ricostruire Gaza e farne la “Riviera del Medio oriente”, la Casa Bianca si è mostrata più prudente a causa delle resistenze espresse dai Paesi arabi. Ma, non ha abbandonato l’idea di attuare una pulizia etnica mascherata. Quando Netanyahu ha visitato la Casa Bianca a inizio luglio, i giornalisti hanno chiesto a Trump un commento sull’argomento. Il presidente ha rimandato la questione al premier israeliano, il quale ha risposto con soddisfazione che Israele lavora “a stretto contatto” con Washington per trovare gli Stati disposti ad accogliere i palestinesi di Gaza. “Penso che il presidente Trump abbia avuto una visione brillante. Si chiama libera scelta. Sapete, se le persone vogliono restare, possono restare, ma se volessero andarsene dovrebbero poterlo fare. Non dovrebbe essere una prigione”, ha detto Netanyahu.

“È a dir poco fuorviante l’idea che tali partenze di massa possano essere considerate volontarie, frutto della libera scelta di cui parla Netanyahu, mentre proseguono bombardamenti, distruzioni, uccisioni quotidiane e la popolazione palestinese è alla fame”, dice al manifesto Yigal Bronner, docente dell’Università Ebraica di Gerusalemme. “Inoltre - aggiunge - puoi chiamarlo come ti pare: città umanitaria, centro di accoglienza, tutto ciò che vuoi, ma quello che hanno in mente Netanyahu e Katz è un campo di concentramento. Quando ammassi tante persone in uno spazio ristretto hai dato vita a un campo di concentramento”.

Qualche giorno fa un gruppo di 16 studiosi e docenti israeliani di giurisprudenza ha firmato una lettera in cui si condanna il progetto del governo. “Se attuato, il piano costituirà una serie di crimini di guerra e contro l’umanità e, in determinate condizioni, potrebbe equivalere al crimine di genocidio”, si legge nella lettera. Dietro le voci dei firmatari e quelle di pochi altri accademici, intellettuali e personalità, c’è l’indifferenza dell’opinione pubblica israeliana e di quasi tutto il mondo politico nei confronti del progetto. I media ne parlano, ma, con rare eccezioni, tendono a privilegiare gli aspetti tecnici, come i costi per la realizzazione del campo, trascurando invece le sue implicazioni etiche e morali e la violazione della legalità internazionale.

Al momento, sono scarse le notizie sul documento presentato dall’esercito a Netanyahu, che lo ha respinto e ora chiede un progetto meno costoso e più rapido da realizzare, approfittando dei due mesi di possibile cessate il fuoco a Gaza per riprendere la guerra al termine della tregua. L’emittente pubblica israeliana Kan ha confermato che la “città umanitaria” sorgerà tra i corridoi Filadelfia e Morag, nel sud della Striscia, tra l’area di Mawasi e ciò che resta di Rafah. Sarà una sorta di campo di “attesa e trasferimento” fuori da Gaza.

I costi previsti, secondo il quotidiano Yediot Ahronot, variano tra 2,7 e 4,5 miliardi di dollari. Troppi per il governo israeliano che comunque è disposto a coprire quasi l’intero importo iniziale al fine “di creare un luogo in cui i palestinesi si trasferiscano volentieri, con cibo in abbondanza, condizioni di vita dignitose, alloggi a lungo termine, assistenza medica, inclusi ospedali e anche servizi educativi”. Al suo interno saranno operativi quattro centri di distribuzione di aiuti umanitari, affidati alla contestata Ghf americana. Descritto così il campo sembra quasi un resort turistico. E invece è una prigione: l’uscita sarà vietata una volta entrati, salvo che per l’”emigrazione volontaria”. “Se verrà realizzato - avverte Yigal Bronner - sarà un luogo dalle condizioni di vita insopportabili, pensato per cacciare via i palestinesi da Gaza”.