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di Francesca Mannocchi

La Stampa, 2 dicembre 2024

Tra saccheggi, bande armate e i limiti imposti da Israele la Unrwa sospende la consegna di aiuti attraverso il valico chiave di Kerem Shalom, mentre i palestinesi muoiono di stenti sotto le bombe. Ieri il commissario generale dell’Unrwa, Philippe Lazzarini, ha annunciato la sospensione degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza dal valico di Kerem Shalom, cioè il principale punto da cui i beni di prima necessità entrano a Gaza. È l’unico valico tra Israele e Gaza progettato per le spedizioni di merci ed è stata l’arteria principale per le consegne di aiuti da quando, a maggio, il valico di Rafah con l’Egitto è stato chiuso.

La decisione, ha scritto, è stata presa per una somma di ostacoli: l’assedio su Gaza Nord, i limiti imposti dalle autorità israeliane, uniti alle decisioni del governo di limitare gli aiuti, l’attacco di Israele alla forza di polizia gestita da Hamas, che in precedenza aveva fornito sicurezza pubblica, e la conseguente mancanza di sicurezza sulla rotta che i camion dovrebbero seguire. Dieci giorni fa cento tir sono stati attaccati da bande armate, e lo stesso è accaduto anche l’altro ieri con un carico più piccolo. Sottolinea Lazzarini che “la responsabilità della protezione degli operatori umanitari e delle forniture è dello Stato di Israele in quanto potenza occupante” ma questa protezione non c’era e non c’è, mentre la fame a Gaza avanza.

Israele non commenta la decisione dell’Agenzia, ripete di consentire l’accesso dei beni - nonostante tutte le agenzie e le organizzazioni umanitarie internazionali abbiano da mesi lanciato un allarme carestia nella parte settentrionale della Striscia, ormai di fatto assediata e isolata dall’inizio di ottobre. La sospensione degli aiuti avviene a pochi giorni dall’analoga decisione dell’organizzazione umanitaria statunitense World Central Kitchen di interrompere le attività dopo che il 30 novembre un attacco aereo israeliano ha ucciso tre membri del suo staff. Era già successo ad aprile quando sette lavoratori di Wck erano stati uccisi in un altro attacco aereo. Allora, dopo l’ondata di indignazione suscitata dal bombardamento su un veicolo contrassegnato come umanitario, l’esercito israeliano aveva definito l’accaduto un “grave errore”. Stavolta Israele sostiene che una delle vittime avesse preso parte all’attacco del 7 ottobre, affermazione, ancora una volta, non sostenuta da prove. Dal canto suo l’organizzazione, per voce della portavoce Roth, precisa che “tutti i contractor di World Central Kitchen sono stati interrogati in base all’elenco Ofac del governo degli Stati Uniti”, cioè l’elenco di persone, istituzioni e Paesi considerati minacce alla sicurezza nazionale. I lavoratori di Wold Central Kitchen a Gaza erano dunque tutte persone affidabili per il governo statunitense. Eppure sono stati uccisi mentre distribuivano gli aiuti alla popolazione affamata. Le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie denunciano da mesi le impossibili condizioni in cui si trovano a operare a Gaza.

A complicare le cose anche la decisione da parte di Israele di non rilasciare visti alle ong. Lo ha svelato Haaretz a settembre, riportando il contenuto di una riunione riservata della Knesset. La motivazione ufficiale sarebbe la carenza di mezzi per supervisionare le domande di ingresso, ma le organizzazioni ritengono che la decisione sia l’ennesimo tassello di un piano per impedire agli umanitari di lavorare a sostengo della popolazione palestinese. Già a febbraio la Population and Immigration Authority israeliana aveva rifiutato di rilasciare visti di lavoro alle organizzazioni che operano sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, citando una riorganizzazione in corso della procedura di rilascio dei visti. Decine di persone, per lo più provenienti da Paesi occidentali, sono state costrette a lasciare il lavoro o non sono state in grado di tornare in Israele. E poi, alla fine di ottobre, è seguita la decisione della Knesset di mettere al bando l’Unrwa entro novanta giorni, con conseguenze catastrofiche per la popolazione palestinese, che dipende in ogni aspetto della vita quotidiana dall’Agenzia ONU.

Mentre Gaza Nord è di fatto assediata, e a Gaza Sud mancano cibo e assistenza medica, si pone l’ampio tema di chi gestirà la Striscia se e quando cesseranno i combattimenti. Netanyahu promette che l’esercito rimarrà a Gaza “per tutto il tempo necessario” senza specificare i criteri che chiarirebbero la tempistica, soprattutto considerando le pressioni dei coloni che aspirano a reinsediare Gaza, e che hanno visitato la Striscia dieci giorni fa, scortati dall’esercito.

Secondo le agenzie delle Nazioni Unite il caos è aumentato a Gaza da quando la Cogat israeliana ha iniziato a prendere di mira gli ufficiali di polizia che sorvegliavano i convogli di aiuti, questo perché Israele considera la polizia di Gaza, gestita da Hamas dal 2007, parte integrante dell’organizzazione. I testimoni e i funzionari delle organizzazioni umanitarie, hanno dichiarato che i saccheggi ai convogli di novembre sono stati opera di bande criminali e non di civili. L’episodio più grave quello avvenuto il 17 novembre, quando sono stati depredati decine di camion di farina. Centinaia di uomini armati hanno assaltato i convogli, sparando in aria o in direzione dei camion, picchiando gli autisti e costringendoli a guidare verso basi attrezzate di carrelli con cui hanno scaricato il cibo. La natura del saccheggio ha segnato un cambiamento nella condotta criminale delle bande, che negli ultimi mesi hanno lucrato sugli aiuti umanitari facendo salire alle stelle il prezzo dei beni primari.

Solo il carico di novembre conteneva 400 sacchi di farina, che oggi valgono cento dollari l’uno a Gaza. Un funzionario delle Nazioni Unite - che parla in forma anonima perché si coordinana con la Cogat (l’agenzia militare israeliana che si occupa degli aiuti umanitari a Gaza) - ha detto a La Stampa da Dair el Balah, che circa un terzo degli aiuti che entrano nella Striscia vengono saccheggiati e spesso sotto gli occhi dell’esercito israeliano, dato confermato da un altro funzionario delle Nazioni Unite che ha detto al Guardian che “la maggior parte dei saccheggi si è verificata in una zona controllata dall’esercito israeliano”, e che i saccheggiatori armati “erano a distanza di sputo dai loro carri armati”.

Dieci giorni fa Netanyahu e il nuovo ministro della Difesa, Israel Katz, hanno visitato il corridoio Netzarim che divide a metà la Striscia di Gaza ed è sotto controllo israeliano e promesso cinque milioni di dollari per ogni ostaggio liberato. “Hamas non governerà più Gaza” ha detto Netanyahu, che però non ha spiegato chi gestirebbe il controllo della Striscia in caso di cessate il fuoco. Un funzionario israeliano che si occupa della questione degli aiuti ha detto ad Haaretz che in assenza di un programma da parte del governo, non è possibile pianificare “né a breve né a lungo termine le sorti di Gaza. Se Israele intende rimanere lì per molto tempo, dovrà stabilire meccanismi ordinati, formare squadre, assegnare personale militare e soprattutto stanziare budget adeguati in modo da poter soddisfare le esigenze della popolazione”. Eppure, nessuno di questi aspetti è stato affrontato, mentre nel caos generale, il cibo continua a non entrare e le persone a morire di stenti o sotto le bombe.