di Francesca Mannocchi
La Stampa, 7 agosto 2024
Per l’estrema destra israeliana il disimpegno dalla Striscia è una ferita da rimarginare. Così il ministro Smotrich vorrebbe impedire che entri il cibo. Lunedì migliaia di persone si sono radunate in piazza a Tel Aviv per celebrare il quinto compleanno di Ariel Bibas, il festeggiato assente, rapito il 7 ottobre dal kibbutz di Nir Oz, insieme a sua madre, suo padre e il fratello minore di nemmeno un anno. I manifestanti avevano palloncini arancioni a rappresentare il colore dei capelli di Ariel Bibas, il cui volto è diventato uno dei simboli di questi mesi, e delle proteste che ogni sabato portano in piazza decine di migliaia di israeliani che chiedono le dimissioni del primo ministro Netanyahu e un accordo che riporti indietro gli ostaggi ancora in vita e i corpi di chi non ce l’ha fatta. Nel video che mostra il loro rapimento si vede la mamma di Ariel, Shiri, 33 anni, che tiene i bambini stretti in una coperta e viene trascinata via da uomini armati. Né lei né i bambini sono stati rilasciati durante i negoziati di novembre, in cui Hamas restituì alle famiglie 105 ostaggi, tra cui donne e bambini. Hamas ha poi sostenuto che i bambini fossero morti ma le forze di sicurezza israeliane hanno sempre sostenuto che non ci fossero prove per queste affermazioni, e che quello di Hamas fosse solo “terrore psicologico”.
La nonna dei bambini, Pnina Bibas, poche ore prima della manifestazione di ieri, ha diffuso una lettera pubblica indirizzata al piccolo: “Il mondo intorno a noi continua a girare, ma il tempo sembra essersi fermato senza di te”. Poi ha di nuovo fatto appello a Netanyahu: “Il loro destino è nelle tue mani. Sul tavolo c’è un accordo che hai accettato. Non apportare modifiche, non stabilire nuove linee rosse. Non esitare e non ritardare. Riportali a casa”.
La “soluzione” - Lo stesso giorno il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich è tornato a delegittimare ogni possibilità di negoziato, parlando degli ostaggi ha detto: “Abbiamo una responsabilità, vogliamo riportare indietro gli ostaggi, ma un accordo restituirebbe solo pochi prigionieri e sigillerebbe il destino della maggior parte di loro, che resterebbe prigioniera a Gaza”.
Lunedì si è svolta l’annuale conferenza Katif (Kenes Katif), che prende il nome da Gush Katif, il blocco di diciassette insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza, smantellato durante il piano di disimpegno unilaterale deciso nell’agosto del 2005 dall’allora primo ministro Sharon. Per l’estrema destra israeliana il disimpegno da Gaza è una ferita da rimarginare. Un’analoga conferenza si era svolta a gennaio a Gerusalemme e anche lì in prima fila e sul palco c’erano i ministri dell’ultradestra sionista del governo Netanyahu. Allora Smotrich dal palco disse: “È ora di riprenderci Gaza, dopo l’errore fatale dell’abbandono del 2005”.
Due giorni fa è tornato ancora sul reinsediamento di Gaza: “Se ci fosse stato un insediamento ebraico a Gush Katif il massacro del 7 ottobre non sarebbe avvenuto. Dove non c’è insediamento c’è terrore”. Per questo, ha detto, l’impegno è ricostruire l’area di confine di Gaza e renderla una parte inseparabile di Israele, cioè occuparla. Smotrich sa che gli obiettivi dichiarati della guerra sono lo smantellamento di Hamas e il ritorno degli ostaggi, e non ha perso occasione di attaccare chi da nove mesi manifesta per ottenere un accordo. Ancora lunedì ha definito i manifestanti israeliani come persone “irresponsabili che da mesi indeboliscono la posizione israeliana” perché vogliono un accordo che riporti a casa gli ostaggi “ora e a qualsiasi costo”. Ma Netanyahu, almeno pubblicamente, ha più volte preso le distanze dallo scenario di un ritorno dei coloni a Gaza, definendolo irrealistico.
Sugli ostaggi Smotrich ha una soluzione, mai espressa tanto esplicitamente. L’accordo, per lui, è solo un modo per mettere in pericolo Israele, vorrebbe dire il ritorno a casa di pochi ostaggi, e consentire l’accesso di aiuti umanitari non farebbe altro che rafforzare Hamas. Per far tornare gli ostaggi Israele Smotrich vede un’unica via: impedire che entri cibo per due milioni di persone a rischio carestia. “Stiamo portando aiuti perché non c’è scelta”, ha detto nella conferenza a Yad Binyamin, “nessuno ci permetterà di causare la morte di fame di 2 milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché i nostri ostaggi non saranno restituiti”. Giustificato e morale.
I precedenti - Non è la prima volta dall’inizio della guerra che Smotrich usa parole impronunciabili. Ad aprile aveva invocato “l’annientamento totale” delle città di Rafah, Deir al-Balah e Nuseirat nella Striscia di Gaza. Ha detto che Israele aveva bisogno di attaccare Rafah “il più velocemente e con la massima forza possibile, e poi continuare con la Striscia fino alla sua completa distruzione”.
Ben prima del 7 ottobre e prima dell’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, Smotrich non ha mai nascosto il suo desiderio di annientare i palestinesi. Caso eclatante fu, il 26 febbraio del 2023, quando centinaia di israeliani di estrema destra incendiarono decine di case, ovili, negozi e mezzi di trasporto a Hawwara, nella Cisgiordania occupata. Molti residenti della cittadina fuggirono per evitare di essere bruciati vivi. Tre giorni dopo l’attacco Smotrich, già ministro, disse: “Il villaggio di Huwwara deve essere spazzato via. Ma penso che sia lo Stato di Israele che deve farlo, non i privati cittadini”.
Due anni prima, da membro della Knesset e non ancora del governo disse che i palestinesi erano ancora presenti in Israele “per sbaglio”, perché Ben Gurion non aveva portato a termine il lavoro del ‘48. Nel 2016 ha giustificato l’omicidio di un adolescente palestinese, Mohammed Abu Khdeir, come parte di “una giusta vendetta”, sostenendo che gli ebrei possono compiere azioni drastiche, sì, ma che non agiscono per razzismo, bensì a causa di un vuoto lasciato dallo Stato che non “esegue rappresaglie in modo legittimo”.
Dunque le dichiarazioni dell’altro giorno, la fame dei palestinesi come scelta “giustificata e morale” per liberare gli ostaggi, si inseriscono in un progetto più ampio, che Smotrich non chiama quasi mai “annessione” ma che non prevede mai l’esistenza di uno Stato palestinese. Come ha detto al quotidiano Haaretz in un’intervista di sette anni fa, uno Stato palestinese equivarrebbe a dividere Israele; assorbire la Cisgiordania in Israele è “unificazione”.
Per unificare, oggi, guarda da un lato a Gaza, col sogno di un ritorno a Gush Katif, dall’altro alle colonie in Cisgiordania, su cui ha le deleghe. Il suo obiettivo è ampliare la presenza dei coloni e disintegrare l’Autorità Palestinese. Sul primo fronte protegge gli insediamenti (meno di un decimo dei 395 casi registrati di edilizia illegale dei coloni, nel 2023, ha portato alla demolizione di un edificio) e non condanna né chiede di sanzionare la violenza dei coloni contro i palestinesi, sul secondo fronte l’intento esplicito è quello strangolare finanziariamente l’Autorità Palestinese e più della metà delle entrate su cui l’Ap fa affidamento proviene da dogane e altre tasse che Israele riscuote prima di trasferire il denaro a Ramallah. Dopo l’inizio della guerra a Gaza, Smotrich ha triplicato le detrazioni mensili fino a 600 milioni di shekel, circa il 60 percento del trasferimento mensile complessivo. Ieri, invece, ha ordinato la confisca di altri 100 milioni di shekel dell’Autorità Palestinese: “La lotta contro il terrorismo non è solo sul piano militare ma include una guerra contro i fondi per il terrorismo”. I vertici della Difesa sono da sempre molto critici sulle misure di Smotrich, considerandole - a ragione - le micce di una nuova Intifada, ma Netanyahu sa che ha bisogno del supporto del partito di Smotrich (che conta sette seggi alla Knesset) per continuare ad avere la maggioranza e restare al potere.
Il dilemma del prigioniero - A descriverlo, in un editoriale di un mese fa, il quotidiano israeliano Jerusalem Post che, riferendosi all’influenza dell’ultradestra sul primo ministro Netanyahu ha scritto: “[Smotrich e Ben Gvir] stanno approfittando di un primo ministro debole e completamente cinico, che farebbe di tutto per restare al potere, incluso sacrificare 120 ostaggi e danneggiare mortalmente gli interessi più vitali di Israele”.











