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di Flavia Amabile

La Stampa, 6 agosto 2025

Uno dei sostenitori del riconoscimento: “Pace solo senza Netanyahu e Hamas. A Gaza in corso un genocidio, anche io mi vergogno di quello che succede”. Stefano Levi Della Torre, architetto, saggista, docente universitario al Politecnico di Milano, pittore, è uno dei firmatari dell’appello degli intellettuali ebrei che hanno chiesto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di riconoscere lo stato palestinese. Anche se è convinto che non accadrà perché sostiene che esista un patto tacito tra la destra al governo in Italia e la destra ebraica italiana.

Nel vostro appello condannate “le azioni e l’oltranzismo cieco” del governo israeliano ma due giorni fa Netanyahu ha ottenuto il via libera per l’occupazione di Gaza. La violenza va avanti inarrestabile...

“E si approfondisce la catastrofe dei palestinesi e di Israele. Sono due catastrofi diverse ma sono entrambe delle catastrofi”.

La catastrofe dei palestinesi possiamo immaginare quale sia. E quella di Israele?

“Israele vuole vincere questa guerra ma non è in grado tecnicamente di imporsi in modo assoluto. È difficile schiacciare definitivamente un altro popolo sotto lo sguardo del mondo, anche se si tratta di uno sguardo passivo. Israele vuole occupare una terra ma non ha una soluzione, se non quella proposta dall’estrema destra di eliminare la questione palestinese attraverso la strage, la pulizia etnica e l’espulsione di quello che resta dei palestinesi dalla Palestina”.

Nel vostro appello usate in modo chiaro la parola genocidio...

“A me pare che sia evidente che è in corso un genocidio. Forse può dare fastidio e creare una situazione ambigua accusare di genocidio un Paese che ha al centro della propria identità la memoria di un genocidio subito. Ma, se viene compiuto in nome di Israele e degli ebrei, si crea un corto circuito tra nazismo e Israele che può piacere molto agli antisemiti che vedono disinnescarsi l’autorevolezza e l’insegnamento che viene fuori dalla memoria della Shoah”.

Edith Bruck, sopravvissuta alla Shoah, si vergogna dei crimini che sta compiendo il governo di Israele...

“Ci si vergogna di quello che è vicino, non di quello che è estraneo. Con Israele si hanno dei rapporti, è una delle espressioni del mondo ebraico c’è un rapporto, anche io mi vergogno di quello che sta accadendo. Per questo motivo ci siamo attivati, non ci sentiamo rappresentati come ebrei da quello che sta facendo il governo di Israele. Chiediamo, invece, una tregua urgente a Gaza, il rilascio degli ostaggi, l’avvio dei negoziati di pace e il riconoscimento dello Stato palestinese in particolare da parte del governo italiano”.

Non è quello che sostiene Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane...

“C’è un conflitto molto forte all’interno del mondo ebraico sia fuori che dentro Israele. Da un lato c’è chi dice che non bisogna dividersi perché ci si espone all’antisemitismo, io invece penso che se c’è qualcosa che favorisce l’antisemitismo è essere collusivi e conniventi di fronte a crimini di questa portata, da chiunque vengano commessi”.

Non è d’accordo quindi con Di Segni che chiede di frenare sul riconoscimento dello stato palestinese?

“Io ritengo che la formula due popoli e due Stati contenga due elementi diversi. Il primo, la richiesta di riconoscimento dei due popoli, è di grande attualità. L’azione del governo di Israele è sostenuta proprio dal mancato riconoscimento del popolo palestinese, se non come una massa informe di arabi. Oppure, se lo si riconosce, è solo per distruggerlo. Ma questo avviene anche dal lato opposto: Hamas e tutto il fondamentalismo islamico non riconosce come popolo gli israeliani. Il primo passo è, invece, ottenere questo riconoscimento poi si potrà passare alla seconda parte della formula, i due Stati, una prospettiva, un obiettivo che richiede più tempo”.

E quale è la strada da seguire per ottenere il riconoscimento dei due popoli, due Stati?

“Perché questo avvenga ci deve essere una sconfitta degli estremismi, si deve passare attraverso un tracollo dell’attuale assetto di potere di Israele e di Hamas. Non si può tornare indietro quando si è nel baratro: anche nella storia dei fascismi si è andati fino in fondo prima di risalire e per uscirne fuori deve consumarsi la catastrofe”.

Una delle critiche al vostro appello è che è arrivato tardi...

“È falso. È dal 7 ottobre che, anche se in minoranza, cerchiamo di lanciare un segnale per far capire che il governo di Israele sta agendo non in nostro nome. Non siamo in ritardo, siamo insistenti e questo appello è l’ultima versione della nostra insistenza”.

L’altra critica è che state facendo il gioco di Hamas...

“Il problema è la politica seguita dal governo di Israele, non il nostro appello. Per non riconoscere Hamas ha sottovalutato fin dall’inizio la questione ostaggi e non ha mai trattato in modo davvero serio. Noi non possiamo fare altro che insistere e cercare di dire quello che sta accadendo”.

Avete chiesto che il governo italiano riconosca lo Stato palestinese. Accadrà secondo lei?

“Esiste un patto tacito tra la destra al governo in Italia con ascendenze fasciste e la destra ebraica in Italia”.

Quale?

“La destra ebraica ha assicurato di riconoscere che la destra italiana non è antisemita e quindi non deve giustificare i suoi legami con il fascismo ma in cambio la destra al governo in Italia deve sostenere Israele senza obiezioni, qualunque cosa faccia o diventi Israele”.