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di Nathalie Tocci

La Stampa, 28 maggio 2024

C’è una chiara escalation militare, politica e giuridica in Medio Oriente, ma diverse e contrastanti sono le letture che possiamo darne. L’invasione israeliana di Rafah va avanti. È iniziata gradualmente, quasi furtivamente, sullo sfondo degli appelli internazionali a non procedere. Dopo un attacco di Hamas, intercettato da Israele (evidenziando che dopo otto mesi l’organizzazione è ancora in piedi), l’esercito israeliano ha colpito la tendopoli di Tal as-Sultan a Rafah, che Israele stessa aveva designato come “zona sicura”. Decine le vittime civili palestinesi bruciate nelle loro tende, e centinaia i feriti.

L’escalation militare avviene nonostante un’escalation politica e giuridica. Oggi tre Paesi europei - Spagna, Irlanda e Norvegia - hanno riconosciuto lo Stato palestinese, portando a 143 su un totale di 193, i membri dell’Onu che riconoscono la Palestina. Con Spagna e Irlanda, sono nove in tutto gli Stati Ue che la riconoscono, ma altri se ne potrebbero aggiungere presto, come Slovenia, Malta e Belgio. A questo si accompagna l’escalation giuridica. Da tempo era nell’aria la richiesta della procura presso la Corte penale internazionale (Cpi) di procedere con i mandati d’arresto per i crimini commessi in Medio Oriente. La settimana scorsa il procuratore Karim Khan ha compiuto il passo, raccomandando alla Corte di procedere non solo nei confronti di tre leader di Hamas, ma anche del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della difesa Yoav Gallant. È stata una scelta dovuta: l’alternativa era procedere solo contro Hamas, di fatto affermando che la Corte non è super partes ma processa solo criminali purché siano anche anti-occidentali (come nel caso di Vladimir Putin), oppure di non procedere affatto, facendo venire meno il senso stesso del tribunale. La Cpi è stata additata da Usa e diversi Paesi europei di falsa equivalenza tra Israele e Hamas. Ma la Corte non processa gli Stati, solo gli individui e l’unica equivalenza che è tenuta a riconoscere e rispettare non è tra i carnefici ma tra le vittime, siano esse israeliane, palestinesi, o di qualunque altra nazionalità. Pochi giorni dopo, poi, è arrivato il terzo dispositivo della Corte internazionale di giustizia (Cig), che si inquadra nel contesto del procedimento del Sudafrica contro Israele per il crimine di genocidio, invocando lo stop dell’invasione di Rafah.

La lettura dominante di questo concatenarsi di eventi sottolinea l’impotenza della comunità internazionale. Per settimane, Usa, Europa e mondo arabo hanno implorato Israele a fermarsi. L’amministrazione Biden l’ha fatto sia sbandierando un’enorme carota, rimettendo sul piatto la fatidica normalizzazione delle relazioni con l’Arabia Saudita, sia accennando all’uso del bastone, sospendendo per pochi giorni un carico di bombe a Israele. Ma Netanyahu ha preferito Rafah a Riad, sbeffeggiando ancora una volta Biden. La stessa lettura ci dice che, lungi dal rimettere Israele sulla via dei due Stati, a seguito del riconoscimento della Palestina da parte di altri Paesi europei, il ministro delle finanze israeliano, l’estremista Belazel Smotrich, ha minacciato di tagliare i collegamenti col sistema bancario palestinese, provocando di fatto il collasso della moribonda Autorità nazionale palestinese. Una lettura che mette in luce una generalizzata impotenza, infine, ci porterebbe ad affermare la tragicità dei tribunali internazionali. Israele non è firmataria dello Statuto di Roma, istitutiva della Cpi, e, sebbene sia membro della Cig, il tribunale non ha il potere di garantire il rispetto delle proprie sentenze, prerogativa che spetterebbe al Consiglio di sicurezza dell’Onu spesso bloccato da veti incrociati. Insomma, la lettura dominante è quella di un ordine internazionale in cui il potere bruto domina sul diritto.

Ma fermarsi qui sarebbe superficiale. Una lettura alternativa sottolinea, invece, la dinamica per cui il diritto prova ad alzare la voce sulla violenza. Le proteste nei campus universitari, gli Stati che riconoscono ora la Palestina, i tribunali internazionali che procedono nonostante le intimidazioni ci parlano di società civili, di governi e di organizzazioni internazionali che hanno il coraggio di farsi sentire. Lo fanno nell’unico modo potenzialmente efficace: non invocando vacuamente la pace come amano fare in molti; è passato da tempo il tempo delle parole e basta. Solo quando le parole sono seguite da azioni che dimostrano che non c’è impunità per i crimini di guerra si può sperare di invertire la spirale di violenza.

Sono azioni che richiedono coraggio perché comportano un costo per chi le esegue. Purtroppo, è il coraggio che manca ancora a molti altri protagonisti. La sospensione degli aiuti militari Usa a Israele è durata pochi giorni: è stato Biden ad abbassare lo sguardo per primo; mentre gli altri Stati che esportano armi a Israele, come Germania e Italia, non ci hanno neanche provato. Hanno preferito mostrare i muscoli solo nei confronti dei più deboli, ad esempio sospendendo gli aiuti umanitari all’agenzia Onu per i profughi palestinesi, l’Unrwa. Tra i diversi motivi che frenano l’azione c’è l’accusa di antisemitismo, ormai fusa con la qualsivoglia critica di Israele. Ma quando tutto diventa antisemitismo, la minaccia è che niente lo sia più. Avere il coraggio di parlare e di agire è negli interessi dei diritti di tutti, a partire dagli israeliani, perché Israele sarà sicura soltanto se e quando lo saranno anche gli altri, come ha ricordato in una recente intervista Aryeh Neier, sopravvissuto alla Shoah e gigante dei diritti umani, che oggi teme sia in corso un genocidio a Gaza.