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di Marta Serafini

Corriere della Sera, 22 agosto 2025

Eleonora Colpo, medical coordinator della Ong dal 2019. “Dopo Afghanistan e Ucraina credevo di conoscere la guerra, ma ai bambini bruciati non ti abitui: perché loro e non noi?”. “Ero tornata da poche ore. Sono andata a fare la spesa. Nel negozio mi è venuto il magone. Ottanta marche di shampoo, sette tipi di ciliegie, carne, formaggio, tutto in abbondanza eccessiva mentre nella Striscia i bambini muoiono di fame e un sacco di farina costa 500 euro”. Eleonora Colpo lavora come infermiera e medical coordinator con Emergency dal 2019. Da dicembre ai primi di luglio con un mese di pausa in mezzo, in missione nel posto meno accessibile della terra e oggi più pericoloso: Gaza. “Sono entrata che non c’era ancora il cessate il fuoco, sono uscita che la tregua era finita e gli aiuti umanitari avevano smesso di entrare”.

Eleonora è “abituata” alla guerra: ha vissuto e lavorato in Afghanistan e in Donbass. “Ma a Gaza ho imparato che può sempre peggiorare”. Classe 1989, resta salda senza perdere la tenerezza. “Ora che sono a casa mi sento in colpa. Gli ultimi giorni visitavo i bambini denutriti. Per fare lo screening ai bambini abbiamo uno strumento che si chiama Muac, un nastrino per misurare la circonferenza del braccio: sono sempre di più quelli che hanno il risultato giallo o rosso. E quando tornerò sarà peggio. C’è così tanto da fare. Ma lo so anche io che ora mi devo riposare”.

Fermarsi vuol dire casa, a Trento, dove è nata e cresciuta. La famiglia, gli amici. “Poi magari parto e vado a farmi un viaggio”. Poca voglia di stare nello stesso posto per troppo tempo, fin da quel giorno in cui durante una manifestazione a Trento è andata a chiedere come fare a partire con Emergency. “I diritti devono essere di tutti, sennò chiamateli privilegi diceva il dottor Gino (Il dottor Gino per chi lavora in Emergency è solo uno ed è Gino Strada, ndr). Una massima che mi ha sempre guidato. Perché noi sì e loro no? Chi l’ha deciso?”. Testardaggine. Voglia di cambiare il mondo. Ma anche voglia di vederlo, il mondo. Prima in terapia intensiva in Inghilterra, poi in zone di guerra. “Ho scelto di fare l’infermiera ma poteva essere anche la giornalista, l’obiettivo era andare alla scoperta”. Ma non dei luoghi da cartolina su Instagram. “Un bel salto da Trento, passando per il Lincolnshire all’ Afghanistan. Ma è in Panjshir e nell’Helmand che ho visto i posti più belli e più disperati che esistano”.

Avanti veloce fino al 2023, in Donbass, vicino a Sloviansk, a curare gli anziani sotto le bombe: “Pensavo di aver imparato a conoscere la guerra. Non ero ancora stata a Gaza. Lì ti abitui a dormire anche mentre intorno tutto esplode. Ma ai bambini che arrivano perché si sono ustionati con i pentoloni delle distribuzioni di cibo, o con le ferite perché gli israeliani hanno sparato dai quadricopter, no, a quelli non ti abitui mai”. E c’è anche da stare chiusi per settimane tra la guesthouse e l’ambulatorio: “In Afghanistan la gente può muoversi e le merci arrivavano seppur con difficoltà. A Gaza le persone si spostano a seconda degli ordini di evacuazione, i valichi sono del tutto chiusi, l’area a disposizione dei civili si va restringendo sempre di più. Dopo tre mesi ho visto colleghi smagriti. Non mi era mai successo, da nessun’altra parte”.

Buzzati insegna - A volte rientrare è più difficile che partire. Si dorme comodi ma non sempre il sonno è sereno. “Uno dei miei libri guida è Il deserto dei Tartari di Buzzati. Mi ha sempre affascinata e un po’ inquietata. L’idea di rimanere fermi ad aspettare qualcosa che mai arriva e quindi sprecare la vita come il protagonista mi ha sempre spaventata. Ed ogni tanto lo leggo per ricordarmelo”. Ma anche il senso di colpa. “Qui abbiamo tutto e di là non hanno niente. Io posso andarmene. Chi curiamo invece è costretto a restare e questo non me lo riesco a perdonare”. Difficile immaginarsi tra dieci anni, soprattutto per chi vede morte e distruzione tutti i giorni. “Non voglio neanche pensarci troppo, ora come ora mi piace il lavoro che faccio e vorrei avere le energie per continuare però ho imparato che è inutile fare progetti troppo a lungo termine tanto poi il destino fa sempre quello che pare a lui”. E così si aspetta di ripartire fino alla prossima missione.