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di Giovanni De Luna

La Stampa, 5 agosto 2025

Razzismo e antisemitismo sono i semi dei paradossi insiti dentro Israele. Per quanto possiamo capire, l’odio che si respira a Gaza è soffocante. La violenza esercitata contro i palestinesi sta portando alla loro disumanizzazione: li si sopprime fisicamente ma si cerca anche di liquidarne le tradizioni, di distruggerne la cultura, di abbrutirli nella carestia e in scontri fratricidi. Le bombe e i rastrellamenti non sembrano scalfire Hamas; in compenso spingono i gazawi verso una condizione disperata e dalla vergogna, dal dolore e dalla fame sembra scaturire una rabbia vulcanica, un odio fisico, palpabile, custodito come un tesoro: la pazzia omicida, lo dicevano tanti anni fa Frantz Fanon e Jean Paul Sartre, “è l’inconscio collettivo dei colonizzati”, così come la molla ultima che li spinge verso il fanatismo religioso restringendo il loro orizzonte politico ed esistenziale a un solo obbiettivo: cacciare l’occupante con tutti i mezzi, anche con una violenza estrema, parossistica tipo quella scatenata contro gli israeliani il 7 ottobre.

Fondato sul rapporto tra colono e colonizzato questo è lo schema interpretativo utilizzato da Fanon nel 1961 nel suo I dannati della terra; e se questo schema applicato a Gaza funziona, allora Israele si è infilato in un cul de sac in cui violenza chiama violenza, guerra chiama guerra, mentre all’orizzonte non si intravede nessuna pace possibile. E sarà sempre peggio. Prima non esistevano i palestinesi; ora ci sono e nella sofferenza si sentono popolo, nazione e ambiscono a diventare stato. Gli israeliani hanno seminato il vento, i palestinesi sono la tempesta.

Un odio che, ahimè, sembra aver scavato un solco invalicabile non solo tra ebrei e palestinesi ma anche qui in Europa tra noi e loro: noi gli occidentali, con il nostro umanesimo, i nostri diritti dell’uomo, le nostre democrazie, il nostro mercato, i nostri valori; loro, gli arabi, con il loro fanatismo, la loro fame, il loro fondamentalismo, la loro rabbia, i loro valori. Dopo il 7 ottobre è così; non ce ne eravamo accorti, ci sembrava quello solo un episodio di una eterna questione mediorientale, uno dei tanti massacri che si affollano nelle guerre della contemporaneità; scoppiano anche vicino a noi, come era successo con la ex Jugoslavia alla fine del secolo scorso e come sta succedendo in Ucraina, ma sostanzialmente non incidono sulle nostre condizioni di sicurezza, di tranquillità, di benessere. Abbiamo avuto più paura del Covid che della guerra, anche perché la pandemia aveva cambiato di colpo le nostre abitudini e i nostri comportamenti, mentre la guerra, almeno finora, non ha inciso sui ritmi della nostra quotidianità.

E invece dopo il 7 ottobre sono arrivati i massacri di Gaza, è arrivato il momento in cui abbiamo assistito, impotenti e disorientati, all’annientamento da parte nostra di tutti i valori dell’Occidente sui quali avevamo plasmato l’ordine mondiale, a cominciare da quelli del diritto internazionale. E per noi, uomini e donne del ‘900, è cominciata la stagione dei paradossi. Il primo è anche il più lancinante. Nello scontro di civiltà profetizzato da Huntington, noi, gli occidentali, stiamo dalla parte di Israele. Ma a rappresentare i nostri valori sono proprio quelli che li hanno combattuti e, quando ci sono riusciti, sovvertiti. L’Europa e gli Stati Uniti vedono oggi al potere un nugolo di affaristi e di aspiranti dittatori che sono i primi ad essere insofferenti verso quelle regole della democrazia che c’eravamo illusi potessero mettere al riparo il nostro mondo da ogni sconvolgimento.

E su questo paradosso se ne innesta un altro, per me ancora più doloroso: a gridare forte il loro sostegno a Israele, a difenderne le indifendibili ragioni, sono proprio quelli che in passato si sono rivelati i più feroci persecutori degli ebrei. Per anni abbiamo considerato innaturali e vani tutti i tentativi della nostra destra di accogliere nella sua narrazione totalitaria i valori che avevano ispirato la nascita di Israele e le fondamenta del progetto sionista: oggi constatiamo che questi tentativi sembrano riusciti e, per restare all’Italia, assistiamo inorriditi alla fascinazione per lo “stato forte” israeliano di cui sembrano preda i fascisti italiani.

Certo, anche per il razzismo dei fascisti, dei suprematisti bianchi, dei nostalgici del Ku Klux Klan è sconvolgente doversi schierare a fianco di quegli ebrei che nei loro deliri avevano chiamato sottouomini o topi, essere costretti a delegare a quei “nasi adunchi”, che avevano disprezzato nella loro propaganda, la riaffermazione della superiorità razziale dell’uomo bianco. Ma vi assicuro che questo è ancora più sconvolgente per chi, come me, aveva sempre pensato che il “mai più Auschwitz”, lo slogan sul quale si era improntata la religione civile della mia generazione, suonasse forte contro tutti quei germi di razzismo e di antisemitismo che germogliarono, solo 80 anni fa, nel cuore delle società industriali del capitalismo avanzato; certamente non tra gli arabi o in quello che, con sbrigativa superficialità, abbiamo definito il terzo mondo.

Ma questi paradossi hanno una loro intrinseca fragilità; si afflosciano su se stessi quando la loro strumentalità occasionale non è più necessaria. Almeno questa è anche la nostra speranza. Perché l’alternativa è ancora più drammatica e comporta il suicidio di Israele, oltre che il nostro auto-annientamento. Già oggi, l’Europa, rinunciando a mettere in campo i propri valori, conta poco più di niente nello scacchiere geopolitico mondiale. Eravamo i soggetti della storia ora ne siamo gli oggetti. E la situazione è ulteriormente peggiorata da quando gli Usa, “un mostro super europeo” lo chiamava Sartre, si sono affidati a Donald Trump. Non si tratta di un grido di allarme ma di una diagnosi. Solo vergognandoci di quanto succede a Gaza potremmo avere una possibilità di riscatto. Ma la vergogna, si sa, è un sentimento rivoluzionario che oggi non è di questo mondo.