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di Fabio Tonacci

La Repubblica, 19 ottobre 2025

L’uomo, 59 anni, mostra la casa d’infanzia a Kobar dove è cresciuto il leader palestinese, detenuto dal 2002: “Si è votato alla causa già a 10 anni, quando l’Idf sparò al nostro cane. Se ci fossero le elezioni Marwan vincerebbe, ha il 60-70 per cento del consenso”. “Mio fratello Marwan è come il popolo palestinese, non lo spezzeranno a forza di botte. Però in carcere possono ucciderlo, siamo molto preoccupati”. A casa di Muqbel Barghouti, 59 anni, fratello minore del più popolare leader palestinese, tre cose non mancano mai: le sigarette, il succo di melograno e l’ansia per la salute del parente illustre. Siamo a Kobar, villaggio a nord di Ramallah: Marwan Barghouti, 66 anni, è nato e cresciuto qui, nella casa di famiglia che adesso è un rudere. Dal 2002 è in carcere per scontare cinque ergastoli. Per Israele è un terrorista, condannato come mandante di cinque omicidi compiuti dalle brigate armate di Fatah. La posizione della famiglia Barghouti è nota: “È stato un processo politico, senza alcuna prova”.

Cinque detenuti palestinesi liberati nello scambio con gli ostaggi raccontano che a metà settembre suo fratello è stato aggredito da otto guardie carcerarie. Il governo israeliano nega l’accaduto. Cosa sapete?

“Non è la prima volta che lo pestano. Durante l’isolamento, cominciato con la guerra a Gaza, è successo altre tre volte. Rompono le costole a un uomo di 66 anni, che tra l’altro è un membro del parlamento palestinese. Dov’è l’indignazione dei parlamenti del mondo? Perché gli onorevoli dell’occidente non fanno una campagna a difesa dei detenuti palestinesi? Dopo li 7 Ottobre, già 77 prigionieri uccisi nelle carceri dello Stato ebraico”.

Teme che possa essere assassinato?

“Spero di no, ma durante l’occupazione sionista ho visto accadere qualsiasi cosa. Chiediamo al mondo libero di salvare Marwan Barghouti”.

Cosa accadrebbe se morisse in un penitenziario israeliano?

“Non voglio nemmeno pensarci”.

Quando è l’ultima volta che lo ha visto?

“Prima della guerra, nella prigione di Hadarim, stava bene”.

Di cosa avete parlato?

“Di politica, ovvio… si sentiva ottimista per la Palestina e stava seguendo con interesse quello che succedeva allora in Israele, in particolare le proteste di piazza contro la riforma della giustizia di Netanyahu. Mio fratello parla ebraico, lo ha studiato in cella anche per capire i media israeliani. Mi ha ricordato di quando fece parte della prima delegazione palestinese che visitò la Knesset, nel 1997”.

Suo fratello quando ha iniziato a interessarsi di politica?

“Negli anni Sessanta Kobar era una roccaforte dei comunisti palestinesi. C’era un piccolo bazar in centro dove ogni sera la gente si riuniva a parlare di politica e resistenza. E poiché non avevamo la televisione, Marwan adolescente passava le sue serate lì al bazar, ad ascoltare i grandi. A 13 anni aveva già un’opinione, mio fratello ha sempre avuto un’opinione”.

Da dove arriva questa passione?

“Perché ama il nostro popolo e la nostra terra. A 14 anni, alla sua scuola di Birzeit, hanno affidato a lui il ruolo di maestro della cerimonia quando è morto il presidente egiziano Nasser. Non era una cosa da poco”.

Siete cresciuti insieme, quando è stato il momento in cui Marwan ha deciso di votarsi alla causa palestinese?

“Quando ci hanno ammazzato il cane. Viveva a casa nostra. Gli eravamo affezionatissimi, ci dava sicurezza, era un nostro amico. Nel 1969, durante un pattugliamento, i soldati occupanti israeliani gli hanno sparato. Quell’incidente è stata la leva che ha azionato in Marwan, allora aveva 10 anni, la consapevolezza dell’ingiustizia, del sentimento di oppressione e della resilienza. Avevano ucciso qualcuno che noi amavamo, senza alcuna ragione. C’è stato poi un altro momento decisivo”.

Quale?

“Nel 1976, 30 marzo, durante la prima protesta dei palestinesi, dalla Galilea al Negev, nota come “land day”. Sei dimostranti vennero uccisi. Marwan era il leader degli studenti di Birzeit, venne arrestato e portato alla Muqata’a, allora base delle Idf a Ramallah. Non aveva neanche 17 anni, lo trattennero per due giorni. Era la prima volta che veniva arrestato. Lo incarcerarono due anni dopo a Tulkarem, con una condanna a 4 anni e mezzo”.

Se uscisse, vincerebbe le elezioni presidenziali?

“Le vince anche se rimane in prigione, i sondaggi gli danno un consenso del 60-70 per cento”.

Perché è così amato?

“Arriva da una famiglia umile, mio padre faceva il muratore. Ed è rimasto un uomo umile, generoso. E un leader nato”.

Lo scorso agosto è stato diffuso il video del ministro Ben-Gvir andato in carcere a dirgli che i palestinesi non avrebbero mai vinto...

“L’incontro è durato 12 minuti ma hanno pubblicato solo 30 secondi. Ho provato rabbia. Se c’è uno che dovrebbe stare in carcere è proprio Ben-Gvir”.

Si aspettava di vedere suo fratello fisicamente così provato?

“Gli effetti di due anni di isolamento. Ma non si illudano, Marwan non si spezza”.

Eravate convinti che sarebbe uscito nello scambio con gli ultimi ostaggi vivi rapiti da Hamas?

“Stavolta la famiglia ci credeva davvero. Ma la destra estrema che governa Israele non vuole la pace, quindi non vuole Marwan in libertà. È spaventata dai simboli, e mio fratello è soprannominato il Mandela palestinese, faccia lei”.

Come è nato questo soprannome?

“Perché Marwan era uno suo fan, conosceva tutto della vita di Mandela. E perché come lui, è un uomo che lotta per la pace”.

Quale pace?

“Quella che porterà la soluzione dei due stati e due popoli”. 

È vero che anche Abu Mazen è contrario al rilascio di Barghouti perché spaventato dalla sua popolarità?

“Le rispondo così: Abu Mazen poteva fare molto di più per il suo rilascio, ma non ha fatto molto”.