di Nathalie Tocci
La Stampa, 11 ottobre 2025
Israele e Hamas hanno accettato il piano del presidente statunitense Donald Trump, e le parti si preparano al rilascio degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, dopo il cessate il fuoco nella martoriata Striscia di Gaza iniziato ieri mattina. Significa che la guerra genocidaria di Israele sta volgendo al termine e che israeliani e palestinesi si avviano alla soluzione dei due Stati? Sarebbe bello crederci, ma per ora è improbabile.
Cominciamo con le buone notizie. Israele ha finalmente accettato la prima fase del piano, quella che prevede, appunto, il rilascio dei 48 ostaggi israeliani a Gaza - di cui circa 20 dovrebbero essere ancora in vita - e di 2.000 prigionieri palestinesi incarcerati in Israele. Non sappiamo ancora chi siano questi prigionieri e se tra questi ci sia Marwan Barghouti, il popolare leader che, pur appartenendo non ad Hamas bensì alla rivale Fatah, non è considerato dai palestinesi un venduto agli interessi di Israele, a differenza della maggior parte dei rappresentanti dell’Autorità palestinese. Se Barghouti dovesse essere rilasciato, tornerebbe in libertà dopo più di vent’anni colui che in molti considerano l’unico capace di raccogliere il consenso popolare e traghettare i palestinesi verso l’autodeterminazione.
Questo dovrebbe accadere nel contesto di un cessate il fuoco e della riapertura di Israele all’arrivo degli aiuti umanitari a Gaza. Dopo 67mila morti palestinesi e una carestia diffusa, oltre alle 1200 vittime israeliane dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, non possiamo che tirare un sospiro di sollievo.
Ultima (ma non ultima) buona novella è l’apparente cambio di registro di Trump, che per ora pare aver accantonato macabri piani di espulsione di massa dei palestinesi e strategie immobiliari per creare riviere del Mediterraneo, sposando invece la necessità di un cessate il fuoco e l’avvio di un processo che si concluda con una statualità palestinese. A fargli cambiare idea è stato non tanto l’orrore a Gaza - nei confronti del quale non ha mai mostrato grande empatia -, bensì un Israele sempre più fuori controllo, che si è azzardato addirittura a bombardare, senza l’assenso di Washington, il Qatar, partner strategico degli Stati Uniti che ospita la più grande base militare americana nella regione. A solleticare l’ego di Trump, sollecitandone l’iniziativa, c’è infine la sua ossessione per il Nobel per la pace, riconoscimento che rimane fuori dalla sua portata.
Ricordiamo però che quello che ora chiamiamo il piano Trump non è calato in questi giorni dal cielo, o dalla Casa Bianca. È lo stesso piano, con modifiche qua e là, che circola da oltre un anno, e che Israele aveva prima rifiutato, poi provvisoriamente accettato a gennaio 2025 nelle ultime settimane dell’amministrazione Biden, e quindi violato con l’assenso dello stesso Trump. Tra allora e oggi si sono registrati altri 20 mila morti palestinesi e si è stretto l’assedio di Gaza. Il fatto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia ora accettato il piano è quindi una buona notizia, che ci suggerisce che Trump abbia, per ora, cambiato idea e incoraggiato Israele a fermarsi. Per ora. Il problema sta tutto qui, ed è qui che finiscono le buone notizie. Il governo israeliano non ha accettato di implementare tutti e venti i punti del piano Trump, ma solo i primi quattro. È probabilmente per questo che, sebbene i due ministri più estremisti abbiano votato contro anche questa prima fase del piano, non hanno staccato la spina al governo Netanyahu. Evidentemente credono, o forse sanno, che la guerra, la rioccupazione e la futura ricolonizzazione israeliana di Gaza non sono obiettivi accantonati.
C’è chi pensa e spera che una volta rilasciati gli ostaggi, Israele non abbia più motivi o scuse per ricominciare la guerra. Eppure lo ha già fatto a marzo scorso, dopo che un primo gruppo di ostaggi era stato rilasciato. Se il governo israeliano non è intenzionato a procedere con l’attuazione dell’intero piano, di pretesti per mandare tutto all’aria ne troverà.
A partire dal disarmo di Hamas. Ad oggi Hamas pare abbia accettato un processo di disarmo progressivo delle sue capacità più offensive, cedendo invece le armi più leggere e difensive a quella che un giorno dovrebbe essere una forza palestinese, con la supervisione di una missione di stabilizzazione internazionale costituita predominantemente da Paesi arabi, e possibilmente con qualche centinaio di soldati statunitensi. Ma Israele non ha affatto accettato, e se diamo per scontato che il processo sarebbe quantomeno complesso, di pretesti per far saltare l’accordo ce ne saranno da vendere. Gli ostaggi, che in fin dei conti sono la sola cosa che interessa alla società israeliana, sarebbero tornati a casa, e così anche la pressione interna su Netanyahu verrebbe meno in gran parte.
C’è poi la questione dell’autodeterminazione palestinese. Hamas ha acconsentito da tempo di non governare Gaza, e sposa l’idea di un’autorità transitoria di tecnici palestinesi, apripista a un ruolo dell’Autorità palestinese “riformata”. Israele non ha ufficialmente accettato, e il piano non specifica affatto cosa significhi questa “riforma”: potrebbe dire tutto e il suo contrario. Così come non c’è accordo sul ritiro completo israeliano dalla Striscia di Gaza, condizione imprescindibile per i palestinesi e rigettata da Israele. E anche qui il piano dice poco: non specifica le tempistiche o l’entità del ritiro, ancora tutte da negoziare. Insomma, ad oggi le probabilità che si proceda dal quarto al ventesimo punto del piano Trump sono minime.
A meno che Trump non faccia ciò che fino ad ora non ha voluto, non solo nei confronti di Israele, ma anche della Russia nella guerra in Ucraina: esercitare una reale pressione anche a costo di subirne un prezzo. Se volesse, non sarebbe difficile. Nel caso della Russia, una maggiore pressione su Mosca riceverebbe il plauso di repubblicani e democratici al Congresso, che chiedono esattamente questo. Nel caso di Israele, Netanyahu, maestro nella mobilitazione della lobby pro-Israele negli Stati Uniti, si darebbe un gran da fare per far desistere Trump. Ma i repubblicani seguirebbero il loro re, e difficilmente i democratici si opporrebbero se Trump mettesse Netanyahu alle strette: è una realtà strutturale in America che un presidente repubblicano abbia più margine di manovra su Israele rispetto a un democratico. Ma il margine c’è se sceglie di usarlo, e fino a ora non è avvenuto. Accadrà? La speranza è l’ultima a morire, ma motivi di ottimismo ce ne sono pochi.











