di Francesca Mannocchi
La Stampa, 11 agosto 2024
Umiliazioni e abusi. È quanto emerge dai rapporti dell’Onu e della ong israeliana B’Tselem. Una deriva guidata dal ministro per la Sicurezza Ben Gvir: “Li affamerò”. “Siamo stati portati a Megiddo. Quando siamo scesi dall’autobus, un soldato ci ha detto: “Benvenuti all’inferno”“. Con queste parole si apre il rapporto sulla condizione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, diffuso dal gruppo israeliano in difesa dei diritti umani B’Telem la settimana scorsa. A parlare è Fouad Hassan, 45 anni, padre di cinque figli e residente a Qusrah, nel distretto di Nablus e trattenuto nella tristemente nota prigione di Megiddo. La sua è solo una delle decine di voci raccolte da B’Tselem, che conclude che il governo israeliano stia “commettendo torture che equivalgono a crimini di guerra e persino a crimini contro l’umanità” nelle carceri.
Un rapporto di 118 pagine, intitolato Welcome to Hell (Benvenuti all’inferno) che si basa su 55 testimonianze di ex detenuti della Striscia di Gaza, della Cisgiordania occupata, di Gerusalemme Est, quasi tutti trattenuti in carcere senza processo. Tutti le testimonianze descrivono una campagna e una politica sistematica di abusi e torture: “Frequenti atti di violenza grave e arbitraria; aggressioni sessuali; umiliazione e degradazione, fame deliberata, privazione del sonno, divieto e misure punitive per il culto religioso, confisca di tutti i beni comuni e personali, e negazione di cure mediche”.
Scrivono i ricercatori di B’Tselem che “gli intervistati hanno descritto gli abusi con dettagli orribili e somiglianze agghiaccianti”, sia in strutture civili che militari. Abusi che in meno di dieci mesi hanno provocato la morte di almeno 60 palestinesi sotto custodia israeliana. Secondo B’Tselem l’istituzionalizzazione, la natura sistematica degli abusi in tutte le strutture menzionate dai detenuti palestinesi non lascerebbe dubbi sul fatto che tali condotte equivalgano a una “politica organizzata e dichiarata delle autorità carcerarie israeliane”.
La direttrice esecutiva di B’Tselem, Yuli Novak, dopo l’uscita del rapporto ha dichiarato che il governo Netanyahu abbia “sfruttato cinicamente il trauma collettivo del 7 ottobre per mettere in pratica l’agenda razzista e violenta del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir”, che supervisiona le autorità carcerarie. Ha aggiunto: “Questo governo ci ha portato a un livello morale minimo storico, dimostrando ancora una volta il suo totale disprezzo per le vite umane, degli ostaggi israeliani a Gaza, degli israeliani e dei palestinesi che vivono la guerra in corso e dei palestinesi detenuti nei campi di tortura”.
“Durante l’interrogatorio, mi chiedevano: “Dov’è Sinwar? “. Rispondevo che non lo sapevo. Il soldato disse: “Confessa, così puoi tornare a casa”. La soldatessa in piedi dietro di me mi mise un dispositivo elettrico sul collo e ricevetti una scossa elettrica che mi spinse a due metri di distanza”. ‘Dalla testimonianza di Rushdi Zaza, 30 anni, padre di due figli e residente nel quartiere di a-Zeitun a Gaza City, detenuto nella prigione di Negev (Ketzio)
Il rapporto Onu - Anche l’Onu, negli stessi giorni, ha pubblicato un rapporto sulle carceri israeliane che conferma le conclusioni di B’tselem: “I detenuti hanno affermato di essere stati tenuti in strutture simili a gabbie, spogliati nudi per periodi prolungati, indossando solo pannolini. Le loro testimonianze parlavano di bende sugli occhi prolungate, privazione di cibo, sonno e acqua, e di essere stati sottoposti a scosse elettriche e ustioni con sigarette”, è quanto si legge in un recente rapporto che anche le Nazioni Unite hanno stilato e diffuso sulla condizione delle carceri israeliane. Secondo gli esperti dell’Onu i palestinesi prelevati da Gaza e dalla Cisgiordania occupata, detenuti nelle prigioni israeliane dopo il 7 ottobre hanno subito waterboarding, privazione del sonno, torture con i cavi elettrici, sono stati aggrediti dai cani, e afferma anche che Israele non abbia fornito informazioni né sulla loro sorte né sulla prigione cui sono stati effettivamente destinati. Né alle organizzazioni umanitarie, né alle agenzie Onu, né alla Croce Rossa cui pure è stato negato l’accesso alle strutture.
Volker Turk, a capo dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha detto: “Le testimonianze raccolte dal mio ufficio e da altre entità indicano una serie di atti spaventosi in flagrante violazione del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario”. Motivo per cui i risultati del rapporto potrebbero essere utilizzati dai procuratori della Corte penale internazionale che stanno indagando sui crimini commessi nella feroce campagna militare in corso a Gaza. Il rapporto Onu è stato inviato a Israele, la polizia carceraria, consultata da Associated Press per un commento, non ha ritenuto rispondere. Il Ministero da cui dipende, quello della sicurezza nazionale, è presieduto dall’ultranazionalista Itamar Ben Gvir, che non ha mai nascosto di aver scientemente peggiorato le condizioni dei detenuti. Da tempo chiede pene più severe. Inclusa la pena di morte per i palestinesi detenuti con accuse di terrorismo.
“Durante le visite, ci hanno spiegato i metodi di repressione e tortura usati contro di noi. Li hanno portati nelle celle e ci hanno costretti a tenere la testa bassa, così non abbiamo visto i visitatori. Una volta ci hanno detto che Ben Gvir era lì in persona. Quelle visite umilianti duravano almeno 40 minuti ciascuna e per tutto il tempo dovevamo inginocchiarci. A volte i visitatori prendevano parte attiva nell’umiliarci, imprecare e urlare contro di noi”. Dalla testimonianza di Musa Aasi, 58 anni, padre di cinque figli e residente a Ramallah, che è stato trattenuto nel centro di detenzione di Etzion e nelle prigioni di Nafha, Ofer e Negev (Ketziot), dal report di B’tselem
La fame come deterrente - A giugno scorso il ministro Ben Gvir aveva dichiarato di aver ordinato una riduzione della quantità di cibo per i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Non era la prima volta, si trattava infatti di una riduzione ulteriore che si sommava a quelle già precedentemente approvate. Dopo il 7 ottobre Ben Gvir si era vantato di aver chiuso le mense per i prigionieri di sicurezza, e ordinato che non venisse distribuita carne ai prigionieri, riducendo già significativamente la quantità di cibo loro somministrata. Molti dei detenuti rilasciati nei mesi successivi avevano perso decine di chili, e varcato il cancello di uscita delle carceri con un aspetto irriconoscibile.
Il consulente legale del Prison Service (organo anch’esso sotto il controllo del ministero della sicurezza nazionale, quindi di Ben Gvir), Eran Nahon, a maggio, alla convention dell’Israel Bar Association aveva annunciato che le razioni alimentari dei prigionieri sarebbero state ulteriormente, sistematicamente ridotte: “Riceveranno il minimo richiesto dalla legge, nemmeno un grammo in più. Questo è uno scopo di sicurezza, ma non escludo che potrebbe essere una politica”.
E infatti lo era e lo è diventata sempre di più. Dopo aver raccolto decine di testimonianze (molte provenivano da persone che sono state arrestate ma non sono mai state processate), l’Associazione per i diritti civili in Israele (Acri) ha presentato una petizione alla Corte di Giustizia, contestando le restrizioni alimentari in tribunale e sostenendo che equivalgono ad affamare volontariamente i detenuti. Ben Gvir ha risposto così: “La mia politica richiede di ridurre le condizioni, tra cui cibo e calorie. Non è fame, è una misura deterrente”.
L’assalto alla base militare - Il 29 luglio scorso un gruppo di manifestanti legati all’estrema destra sionista, accompagnati e incoraggiati da politici e membri del governo ultranazionalisti, hanno assaltato la base militare di Sde Teiman, che le organizzazioni per i diritti umani chiamano “la Guantanamo israeliana” e un’altra base sede del tribunale militare delle Forze armate israeliane. A Sde Teiman sono detenuti i prigionieri legati ad Hamas e i sospettati arrestati a Gaza e portati lì per essere interrogati, secondo il quotidiano Haaretz sono trenta i detenuti morti nella struttura dal 7 ottobre. Gli scontri erano cominciati con l’arresto, da parte delle forze armate di Tel Aviv, di nove riservisti della Forza 100, un’unità dell’esercito israeliano responsabile della supervisione dei detenuti palestinesi e della repressione delle rivolte nelle prigioni militari. Da ottobre, l’unità ha anche gestito la base militare di Sde Teiman, dove sono detenuti i palestinesi arrestati nella Striscia di Gaza. I nove riservisti e un comandante dell’unità sono accusati di aver picchiato, torturato e sodomizzato un presunto agente dell’unità di élite di Hamas, Nukhba, detenuto nella struttura. L’uomo in questione era stato portato d’urgenza all’ospedale con una perforazione intestinale, una grave ferita all’ano, danni ai polmoni e costole rotte.
Il medico che lo ha visitato, il professor Yoel Donchin, intervistato da Haaretz sconvolto, ha detto: “Non riuscivo a credere che una guardia carceraria israeliana potesse fare una cosa del genere. Il mio dovere è verso i pazienti, se lo Stato e i membri della Knesset pensano che non ci siano limiti a quanto si possano abusare dei prigionieri, dovrebbero ucciderli loro stessi, come fecero i nazisti, o chiudere gli ospedali. Se mantengono un ospedale solo per difendersi alla Corte penale internazionale dell’Aia, non va bene”.
Dopo l’arresto dei nove soldati, accusati delle torture e dello stupro, i manifestanti hanno fatto irruzione nella base nel tentativo di liberare i riservisti, e hanno accusato l’avvocato generale militare, che ha ordinato gli arresti, di essere un “criminale e un traditore di Israele”. Tra i manifestanti, membri della Forza 100 a volto coperto, kahanisti, giovani coloni dalla Cisgiordania occupata, e sostenitori delle frange più estremiste del governo. Ad accompagnarli non c’erano, tra gli altri, il parlamentare Tzvi Succot (del partito Sionismo Religioso) e il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu, che è stato registrato mentre urlava “Morte ai terroristi”.
Un tempo questi gruppi erano minoranza politica, oggi sono al governo. Non solo, uno dei ministri di riferimento, Itamar Ben Gvir, è a capo del Ministero della Sicurezza Nazionale, cioè quello responsabile delle prigioni. La polizia israeliana, che è sotto l’autorità diretta del ministro della Sicurezza Nazionale Ben-Gvir, è rimasta relativamente passiva durante gli assalti alle basi, quasi solidale, e non ha arrestato né identificato nessuno dei manifestanti. Il giorno dopo l’assalto, il quotidiano israeliano Haaretz, aveva in prima pagina un editoriale allarmato, in cui si legge: “In questo mondo capovolto, il problema non sono i riservisti che avrebbero abusato di un detenuto, non i soldati che si sono barricati all’interno della struttura e hanno rifiutato l’ordine della Polizia militare di andarsene, non i parlamentari che avrebbero fatto irruzione nella base, non gli ufficiali di polizia che sono rimasti a guardare, non i ministri che si sono precipitati a esprimere sostegno ai riservisti ma piuttosto l’ufficio dell’avvocato generale militare”.
I due ministri ultranazionalisti del governo Netanyahu Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich hanno sostenuto le tesi degli assaltatori. Per loro l’ordine di arresto “stava umiliando i soldati che affrontano i terroristi”, era legittimo appoggiare i rivoltosi, perché “l’avvocato generale militare deve togliere le mani dai nostri eroici combattenti”, così il ministro Smotrich il giorno dell’assalto. Attualmente nelle prigioni israeliane ci sono 10mila palestinesi. Molti non sanno perché sono lì. La maggioranza non ha accesso a un legale, non può avere contatti con il mondo esterno. Tra loro persone detenute per aver espresso compassione per la sofferenza dei palestinesi, o uomini portati via da Gaza - tra i 3500 e i 5 mila - e imprigionati perché ritenuti, semplicemente, in età da combattimento.









