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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 8 maggio 2024

Ma come si fa a non dire nulla di fronte a quel che sta accadendo a Gaza? Eppure è esattamente quel che è avvenuto ieri a palazzo Madama nel corso del “premier time”. Lì in Medioriente, e non da oggi, è in corso una gigantesca catastrofe umanitaria: civili che muoiono di sete e di fame, assenza di soccorsi, impossibilità a ricevere cure, perché anche l’ultimo ospedale è stato bombardato. E lì è in atto un drammatico salto di qualità con la decisione, assunta dal governo di Netanyahu, di procedere a un’invasione massiccia di Gaza. Decisione che rende ancora più delicata la situazione umanitaria e densa di conseguenze geopolitiche. Nell’immediato, l’onda di profughi palestinesi verso paesi arabi come l’Egitto con effetti destabilizzanti nel Mediterraneo allargato. In prospettiva, per quel che significa stroncare il sogno di uno Stato palestinese. Insomma, il rischio di un’Intifada su larga scala, con ripercussioni ben oltre il Medioriente.

Qui, nelle ovattate stanze del Senato, tutto ciò resta pressoché innominato. La parola Gaza è pronunciata solo dal senatore Giuseppe De Cristofaro di Sinistra Italiana. In sede di replica imputa a Giorgia Meloni di non aver mai espresso un giudizio compiuto. Mentre la premier, in un passaggio di circostanza sull’argomento, si limita a dire che il governo lavora “per la fine delle ostilità” e sostiene il “piano arabo di ricostruzione”. In un altro rivendica la “rinnovata centralità nel Mediterraneo”, omettendo di collegare cotanta ambizione all’esercizio di un ruolo qui ed ora. Che sarebbe poi quel ruolo di “ponte”, a proposito di un termine assai di moda, tra l’Europa e il Medioriente - e dunque anche tra Stati Uniti, Europa e Sud del mondo - che darebbe all’Italia un ubi consistam per contare, meno effimero rispetto al criterio di “affinità ideologica”, scelto invece dalla premier per instaurare un rapporto privilegiato con Donald Trump. In fondo, è ciò che l’Italia ha storicamente rappresentato, per collocazione e vocazione, sin dai tempi di Aldo Moro e Bettino Craxi. C’è da scommettere che sarebbero stati meno taciturni e ben più attivi, in un contesto del genere.

La sensazione è di un oggettivo straniamento tra ciò che accade lì e ciò che si dice qui, a maggior ragione in un quadro in cui ciò che accade lì ha ricadute anche qui, come effetto della grande destabilizzazione. E alla fine questa diventa la “notizia”, perché se una cronaca è fuori dal mondo, la notizia non è la cronaca, ma appunto il suo essere fuori dal mondo. E va bene che questa inutile formula del question time prevede domande consegnate dieci giorni fa, con risposte preparate. E tuttavia al di là del fatto che anche dieci giorni fa il problema c’era lo stesso, volendo - e vale per tutti - il modo di parlare si trova. Anche perché, alla fine, tutti hanno comunque forzato il copione previsto dieci giorni fa per cedere spazio a dei “fuori tema” e al battutismo.

La verità è che non c’è mai qualcosa che turba un meccanismo eternamente uguale a se stesso. Il Pd ripete sempre le stesse cose su sanità e bollette, i Cinque stelle devono per forza nominare la parola “supercazzola”, Renzi, per apostrofare Giorgia Meloni come incoerente, le ricorda quando nel 2014 lodava Putin (menomale che su questo è stata incoerente), lei magnifica l’Albania. E via così: ognuno parla solo ai suoi follower, secondo il consueto andazzo, scontato e privo di gravitas.