di Mosè Vernetti
La Stampa, 24 agosto 2025
L’appello della mamma palestinese. Parla Layla al-Sheik, mamma di Qusay morto a 8 mesi: “Vogliamo libertà e uguaglianza”. “Mi chiamo Layla al-Sheikh. Vengo da Betlemme. Mio figlio Qusay è morto a otto mesi per un’infezione polmonare causata dai gas lacrimogeni israeliani. Era il 2002, la seconda intifada. Siamo corsi fuori di casa per portarlo all’ospedale di Betlemme ma ci ha fermati un blocco dell’esercito. Ci siamo diretti quindi a Hebron (al-Khalil) ma di nuovo le Idf non ci hanno fatto passare. Siamo arrivati all’ospedale troppo tardi”.
Cos’è successo dopo?
“Per anni sono stata sopraffatta dall’odio e dalla rabbia contro Israele. Ma non ho scelto la vendetta: non mi avrebbe portato indietro mio figlio. Dopo 16 anni dalla sua morte sono stata invitata a una conferenza di Parents Circle. Non avevo mai sentito israeliani parlare dei loro lutti. Prima conoscevo solo soldati o coloni. Per la prima volta ho visto il loro dolore. Abbiamo pianto insieme”.
Cosa è cambiato in lei?
“Per mantenere viva la memoria di mio figlio ho scelto di prendermi la responsabilità di diffondere un messaggio di pace e riconciliazione. Sono diventata membro del Forum”.
Come fate a lavorare alla riconciliazione in una terra occupata dove una popolazione vive secondo la legge militare e l’altra sotto una legge civile?
“La riconciliazione non consiste nel trovare delle soluzioni. Significa trovare spazi per ascoltarci e per capirci. Prima delle soluzioni è necessario rispettare l’altro. Dopo si può trovare una soluzione. Sembra banale ma non lo è”.
È stato più difficile il vostro lavoro da dopo il 7 ottobre?
“All’inizio era diventato molto difficile riunire gli israeliani e i palestinesi. Inoltre molti di noi erano frustrati con i governi che ci rappresentano - sia nella Striscia e in Cisgiordania, che in Israele - perché non hanno fatto nulla per prevenire i massacri. Molti di noi avevano paura. Temevamo che molte famiglie avrebbero lasciato l’organizzazione ma sono aumentate. Questo significa che le persone da entrambe le parti credono ancora che la soluzione sia la riconciliazione”.
La vostra Ong lavora molto sul riconoscimento del dolore dell’altro. Come vanno chiamati i massacri che stanno accadendo a Gaza da quasi due anni?
“Si può dire genocidio, si può chiamarlo pulizia etnica. Ciò che per me è più importante è che il mondo sappia la verità su Gaza e sulla Cisgiordania ed è fondamentale che anche gli israeliani riconoscano l’enorme patimento del nostro popolo tanto quando noi comprendiamo il loro”.
Riconciliazione significa vivere pacificamente in un unico Stato?
“Non mi interessa se è uno Stato, se sono due o mille. Le uniche cose che mi interessano sono libertà e uguaglianza. Una vita migliore per me, i miei figli, e per le future generazioni di entrambe le parti. Siamo stati creati per amare, non per uccidere”.











